Cultura&Spettacolo

Giangurgolo si “traveste” da Amleto

Cosenza – Il Carnevale è ormai alle porte, tra le strade della città si intravedono numerose mascherine, i carri sono in allestimento e i coriandoli e le stelle filanti vibrano nell’aria per poi ricadere al suolo ed impreziosirlo; Carnevale sta per bussare e, per l’occasione, anche il Teatro A.Rendano, ieri sera, ha deciso di vestirsi a festa indossando la maschera di Giangurgolo.

Il regista Max Mazzotta e la compagnia Libero Teatro, da lui diretta, hanno messo in scena, sulle “tavole” del Teatro cosentino, lo spettacolo “Giangurgolo, principe di Danimarca” riportando così alla luce la maschera calabrese che, sfortunatamente, non ha mai goduto di notorietà teatrale o letteraria.

Giangurgolo parte dal lontano ’700 per approdare ai giorni nostri, abbandona le affollate piazze di paesi e città e si catapulta in un teatro altrettanto affollato; il suo nome è tutto un programma e designa con accurata minuzia i suoi tratti distintivi che vanno dalla spacconeria all’ingordigia, dalla verboritas alla vigliaccheria.

Nel corso degli anni il ricordo di questa maschera si è affievolito; poche sono le informazioni a noi pervenute e scarne le conoscenze da noi possedute sulla tradizione carnevalesca calabrese; per tali motivi Max Mazzotta si è immerso in un lavoro ricostruttivo che lo ha aiutato a riportare in scena la maschera calabrese; è infatti da questa ricerca che nasce la lungimirante idea di immettere Giangurgolo in un contesto a lui nuovo e sconosciuto come la tragedia shakespeariana avvicinandolo, non solo, ad Amleto, considerato uno dei personaggi più nobili e tragici di tutta la tradizione, ma costringendolo anche a vestirne i panni.

Un esperimento sicuramente riuscito che ha portato in scena un Giangurgolo dalla cadenza strettamente cosentina, dalla presenza scenica prorompente data dal continuo ed eccessivo gesticolare, e dalla camminata rigorosamente a papera marchio del cosentino doc; una maschera capace di passare, in pochi attimi, dalla tragicità alla comicità, dall’irrisorio coraggio alla paura bestiale che non fa più respirare, una maschera che riesce a portare la comicità agli estremi; una comicità che ritorna indietro come un boomerang e colpisce il suo stesso produttore.

Giangurgolo, interpretato dalla talentuosa Francesca Gariano, è dunque una maschera grottesca, paradossale, tragicomica che si impegna a lottare per rivendicare il padre defunto ma che, alla fine, rimane preda dei suoi stessi imbrogli e delle sue macchinose strategie che avrebbero dovuto smascherare l’omicida del suo genitore mentre, nella realtà, hanno solo rappresentato un attentato alla sua stessa vita.

Uno spettacolo goliardico quello prodotto dal regista Max Mazzotta, uno spettacolo che si è servito delle maschere, del canto, della musica dal vivo, della pantomima fino a distruggere quella linea invisibile di demarcazione tra attore e spettatore. Un Giangurgolo tutto da gustare, da assaporare e da ridere; una risata fragorosa e liberatoria quella del pubblico composto per lo più da giovani che, con acclamazioni e applausi quasi interminabili, hanno osannato il regista e gli stessi interpeti.

Annabella Muraca

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