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Quando la ragione anche senza saperlo era ottimista

Un altro anno si conclude. Spesso fare dei bilanci non ci rincuora e neppure ascoltare predicozzi basati su una filosofia spicciola della serie “andrà meglio, speriamo che il prossimo anno ci porti fortuna e cambiamenti positivi”.

A prescindere dalla branca di realismo, possibilismo ma anche di nichilismo ahimè, di certo stare a piangersi addosso non è la soluzione migliore. Certamente tutti abbiamo le nostre buone motivazioni per sentirci creditori nei confronti della vita che passa e della società che quasi mai riesce ad alleviare le nostre perplessità, gli sconforti e le delusioni.

Questa è una rubrica di consigli, di ghiribizzi ed interpretazioni a volte anche troppo contorte sul e dell’umano pensiero, non vi dispiacerà quindi se all’interno di questo pezzo vi sarà consigliata una morale di vita contenuta all’interno di una lettera, resa pubblica dopo la scomparsa del mittente.

Inizio a scrivere in prima persona perchè ho molto a cuore ciò che sto per consigliarvi. Ho scovato questo messaggio un giorno qualunque, mentre mi trovavo presso la biblioteca di area umanistica dell’Unical. Stavo rovistando nel reparto riviste, alla ricerca di qualche saggio che mi fosse utile per la stesura della mia tesi di laurea magistrale in filologia della letteratura italiana. Mi avvicino allo scaffale che custodiva tutte le uscite di Interpres, Rivista di studi Quattrocenteschi un tempo diretta da Mario Martelli, dopo la sua morte da Francesco Bausi, ed inizio a sfogliare qualche copia. Arrivata all’annualità 2007 dedicata  in  memoriam dello stesso Martelli, mi soffermo a leggere una sua lettera privata che anni addietro aveva scritto ad una sua giovane collega. Queste parole rappresentano una sorta di eredità morale e spirituale da lui lasciata e oggi, voglio condividerle con chi vorrà farne tesoro, come all’epoca feci io. Quel giorno in biblioteca non riuscii a scovare informazioni bibliografiche utili al mio percorso di tesi, ma in compenso, avevo  fatto tesoro di un messaggio che ancora oggi porto sempre con me e che rileggo nei momenti di sconforto e di degrado morale personale o collettivo.

Voglio condividerla con voi, o meglio, con chi vorrà leggerla e condividerne il contenuto. Questo è il mio regalo di Natale per 8@30:

“Carissima,

auguri anche a lei, per il prossimo Natale, ma, soprattutto, per un 2007 pieno di ottimo lavoro. E, con questo secondo augurio, penso di aver risposto alla sua disperazione. Non credo che in altri tempi le cose siano andate diversamente; o, per dir con maggiore esattezza, diversamente sì, meglio, forse, no. Lo spettacolo della vita non è certo tale, oggi, da rallegrare; ma, ieri, era forse più allegro? Se Genova piange, Firenze non ride: sudicia, volgare, presuntuosissima. La verità è che la presunzione, la volgarità, il sudiciume sono caratteristiche inalienabili dalla società; e l’umanità suole mescolare sudicia e volgare presunzione con la capacità di scrivere poesie, a volte bellissime, e, spesso, musica stupenda. Quanto a me, ho cercato sempre di vivere per quanto mi è stato possibile lontano dal marcio, fra libri e CD. Così fo ora. Sta per uscire un mio enorme (quasi settecento pagine) libro, intitolato Zapping di varia letteratura, mentre il sottotitolo suona Verifica filologica. Definizione critica. Teoria estetica. Si tratta degli appunti che, nel corso delle mie letture e dei miei studi, ho registrato in questi ultimi quindici-vent’anni. Sono andato sistemandoli in un file che avevo chiamato, per mio uso e consumo, Zapping, proprio perché era come se cambiassi canale continuamente, dalla letteratura greca passando all’italiana, dalla latina alla francese e anche, di quando in quando, all’inglese e alla tedesca (poco poco per quest’ultime due, ché male conosco le due lingue imparate da adulto e da me solo). Il libro, a me, piace, e non poco. Servirà a qualcosa? Non saprei dirlo. Certa è una cosa: esso è il “bene”; e il “bene”, in questa lotta senza quartiere contro il male, segna con questo libro un punticino, -ino -ino quanto vuole, ma lo segna, a suo vantaggio. L’ho dedicato «Alle donne di casa mia – Graziella, Caterina, Teresa, Costanza –, che mi hanno fatto, e mi fanno, pulita e bella la vita». I quattro nomi sono, nell’ordine, quelli di mia moglie, con cui ho vissuto cinquantuno anni, delle mie due figliole, che mi assomigliano molto, di mia nipote (figlia di Caterina), che ho aggregato alla compagnia solo perché le voglio bene. Nient’altro da fare, oggi come oggi, se non resistere al male nell’unico modo che ci è concesso di resistergli, contribuendo cioè al bene che solo si trova nella vita dello spirito. Noi abbiamo una grande arma a disposizione, quella di poter contribuire con i nostri studi al bene. Non deponiamola senza averla usata iuxta potentiam nostram. Certo, questo che le ho detto è per me – ormai ottantunenne, residente in campagna, libero di frequentare poco i miei simili – abbastanza facile da mettere in pratica; ma così mi sono comportato sempre, forse con minore consapevolezza, ma con uguale, istintiva determinazione. Credo che Francesco abbia assimilato la lezione; e la Rossella Bessi so che assimilata l’aveva; così altri fra i miei allievi. Non si preoccupi delle condizioni esterne in cui lavora; curi quelle interne. Lei, come me, come Francesco, come la Rossella, ha una grande missione da compiere; né le è consentito tradirla. Vede?, un medico può salvare una, due, mille vite, può restituire la salute e, con la salute, la serenità a uno, a due, a mille ammalati; così per tutte le altre professioni; solo a noi è consentito di combattere perché l’umanità intera non si arrenda e soccomba. Auguri, dunque, non tanto di felicità, quanto di buon lavoro, ché quella dipende in definitiva e in gran parte da questo. Glielo dice una persona in cui il pessimismo della ragione non è mai riuscito a stroncare l’ottimismo della volontà e che ora sa da che cosa dipende il suo ottimismo della volontà, dal fatto cioè che anche la ragione, senza saperlo, era ottimista”.

Alessandra Pappaterra 

 

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