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Storia di un matrimonio: scene della fine di un amore – Recensione

Dal 6 dicembre è disponibile su Netflix Storia di un matrimonio del regista Noah Baumbach con Scarlett Johansson e Adam Driver.

La storia del cinema contemporaneo è costellata di pellicole che raccontano l’amore, il matrimonio e il divorzio, ma in questo film Baumbach ha scelto di dare un taglio tutto personale alla storia che viene raccontata in 136 minuti di lacrime, ironia, costernazione e quotidianità.

Il cinema ci ha regalato molte pellicole che indagano sullo sgretolarsi di quell’istituzione che è il matrimonio. Da Divorzio all’italiana fino a Kramer contro Kramer, diversi registi si sono impegnati a rappresentare quanto c’è di più comune nella vita degli esseri umani: la fine di un amore. In particolare, l’occhio scrutatore dei registi si è posato spesso su quelle che sono le implicazioni legali, sociali e familiari di un divorzio.

SEPARARSI PER CAPIRSI

Questo è ciò che fa anche Noah Baumbach in Storia di un matrimonio. A dirla tutta, l’interesse del regista per la tematica era già emerso in una sua precedente pellicola. Ne Il Calamaro e la Balena il divorzio veniva raccontato attraverso gli occhi di un bambino. In Storia di un matrimonio, invece, Baumbach narra il divorzio dal punto di vista della coppia e, soprattutto, dal punto di vista di ciascun membro della coppia.

Ecco cosa rende questa pellicola tanto originale nell’ambito della cinematografia su affetti, famiglia e relazioni. Per una volta, la fine dell’amore, il crollo del matrimonio divengono pretesto per soffermarsi sull’individualità di chi compone il matrimonio stesso e la coppia. Percorrendo le tappe di un “noi”, dall’intimità fino al punto di rottura, Baumbach riflette su come, a volte, sia necessario aspettare la fine per capire, su come solo la rottura permetta di comprendere meglio se stessi e la propria relazione.

LA PERFEZIONE CELA L’ODIO

Protagonisti della storia sono Charlie e Nicole Barber. Lui regista teatrale perfezionista di New York, lei attrice di cinema di Los Angeles. I due s’incontrano per caso e si ritrovano l’uno nell’altro. S’innamorano. Il matrimonio, poi un figlio. Le loro vite sono sincronizzate e sembrano perfette, tra casa e palcoscenico. Ma la perfezione, si sa, nasconde spesso un’insidia, che attende il momento giusto per destarsi. Così, all’improvviso, Nicole si accorge che quello che sta vivendo è un sogno a occhi aperti… ma non il suo. A lungo ha creduto che il suo sogno fosse quello di Charlie. Solo dopo tempo e un brusco risveglio sulla realtà si rende conto di non essere la protagonista di quel sogno, ma soltanto una comparsa. Torna a Los Angeles con il bambino. “Momentaneamente”, una parola sussurrata, ma gli occhi non mentono: entrambi sanno, pur non ammettendolo, che nulla tornerà più come prima.

Charlie e Nicole si sono amati, forse si amano ancora, nonostante il risentimento, i sogni persi, il conoscersi così a fondo e l’abitudine. Nonostante in quell’amore si faccia strada, irruento come un fiume che consuma la roccia, un odio inaspettato, ma così realistico da fare quasi male. Perché, come l’arte insegna da sempre, amore e odio sono due facce della stessa medaglia, due poli di un magnete: l’uno non esiste senza l’altro. La separazione di Nicole e Charlie inizia pacificamente, è adulta benchè pregna di sofferenza emotiva e interiore. Ogni spettatore, perfino chi non ha attraversato un’esperienza simile, lo percepisce. E percepisce tutto il dolore e la quotidianità sfilacciata che si celano nei silenzi, nelle lacrime trattenute, nelle espressioni attonite, fino all’esplosione finale.

IL DOLORE PASSA DAGLI OCCHI

La sensibilità di Noah Baumbach, forse maturata da una recente esperienza personale, traspare potente in ogni fotogramma di questa pellicola, che si snoda lenta ma densa tra i primi piani dei protagonisti su cui spesso la camera indugia per lunghi istanti. Istanti preziosi che catturano l’occhio di chi guarda che, rapito, non può distogliere mente e animo dallo schermo.

Sublimata da un montaggio incisivo, la regia di Baumbach è fluida, perfetta per la narrazione di questa storia. Predilige i primi piani, lasciando che siano gli occhi a raccontare, ancora più dei dialoghi. Dialoghi che oscillano tra quotidiana comicità e violenza verbale, sfiorando silenzi che si caricano di rumore. Una comunicazione visiva quella messa in atto da Baumbach che, attraverso gli occhi, si propone di raccontare il mondo interiore di due persone, che percepiscono la morte dell’io nel noi e lo riscoprono al di fuori del matrimonio. Charlie e Nicole, provocati dalle insinuazioni dei rispettivi avvocati, si aggrappano a colpe e amarezze rimproverate all’altro. Le riportano a galla con verosimile violenza e si travestono delle versioni più grottesche di se stessi. Nicole vuole brillare ed essere al centro dell’attenzione, mentre Charlie, quasi rassegnato, rischia di diventare l’uomo invisibile.

Ciò che più colpisce in questa pellicola è il tessuto di realtà che inzuppa ogni scena. Non c’è enfasi artificiale, non ci sono emozioni così accentuate da risultare finte. La sensibilità che percorre tutta la sceneggiatura (dello stesso Baumbach) è così fine che si estende come un ramo gentile dal copione fino alle performance degli attori. Pochi sono i personaggi in scena, perchè tutta l’attenzione si concentri sui due eccezionali protagonisti.

ADAM DRIVER E SCARLETT JOHANSSON DA OSCAR

Scarlett Johansson, finora imbrigliata nel ruolo della femme fatale e della supereroina bellissima, riesce finalmente a dimostrare un talento che faticava a emergere. La sua presa di coscienza è cruda e vera e toccante. In un tempo in cui ancora alla donna si chiede di essere madre per sentirsi realizzata, Nicole è una donna che dà voce a tutte le donne. Perchè l’amore è puro, forte, totalizzante ma non deve divorare l’io e il suo sogno. E una simile dimenticanza non può che sfociare in un egoismo doloroso ma necessario.

Che Adam Driver fosse un attore di talento era noto ai più (è suo il Kylo Ren della nuova trilogia di Guerre Stellari) ma anche ai cineasti più raffinati (Blackkklansman, L’uomo che uccise Don Chisciotte, Silence). In Storia di un matrimonio ne dà ulteriore prova. Fa sorridere, provoca immediata empatia. Appare temibile, in un momento di rabbia guizzante. Quest’interpretazione è una straordinaria dimostrazione delle doti di questo giovane attore, capace di esprimere un ventaglio incredibilmente ampio di emozioni e sensazioni, senza mai apparire forzato. Un candidato perfetto per la statuetta più ambita dagli attori, ma certamente non è necessario un premio che dimostri quanto valga.

Non meno brillanti i due attori di supporto: Laura Dern e Ray Liotta. Interpreti di due legali, danno una rappresentazione perfetta del concetto di “avvocato del diavolo”. Cinici, spregiudicati: non esitano a ricorrere a subdole manipolazioni per ottenere la vittoria nella battaglia legale. La Dern e Liotta sono limpido esempio di quegli avvocati ipercompetitivi, che istigano i loro assistiti al contrasto acceso e alla denigrazione. Quella che doveva essere una separazione pacifica e consensuale diviene terreno di uno scontro ideologico tra due io che per la prima volta si trovano sganciati da quel noi in cui si erano amalgamati. L’ingerenza dei due avvocati alimenta la scintilla della rivalsa e del risentimento. Incomprensioni e non detti trasformano il “cosa amo di questa persona” in uno sbottato e sofferente “vorrei che morisse”.

L’AUTOPSIA DI UN AMORE

Storia di un matrimonio è una rappresentazione quasi teatrale di uno spaccato di vita. Non a caso, il teatro, la recitazione divengono nella pellicola una valvola di sfogo dei sentimenti contrastanti che seguono al cedimento del rapporto amoroso. Il regista, come su un palcoscenico, mette in scena un gioco delle parti. Tutto è buio e gli spettatori possono rivolgere la loro attenzione ai due fasci di luce bianca che illuminano Charlie e Nicole. Sono loro i protagonisti e, pur nella finzione, appaiono così umani, prendono voce e ritrovano una personalità smarrita: di fronte a una telecamera, prendendo in mano un microfono. Sì, la performance di Adam Driver nella canzone Being alive (dal musical Company di Stephen Sondheim) esprime tutto il bisogno d’amore che pure resta dopo una separazione dolorosa, perfino tra due persone che si sono odiate ma che, forse, non hanno mai smesso di amarsi e mai lo faranno.

Storia di un matrimonio non è pertanto solo un film sul divorzio. È un film sull’amore, sulle sue molteplici sfumature, sulla ricerca di sè e il bisogno di essere amati, anche e soprattutto nel dolore e nella solitudine. Con acuta empatia, pezzo dopo pezzo, il film costringe i protagonisti ad affrontarsi e il pubblico a scontrarsi con una tempesta emozionale.

Storia di un matrimonio s’insinua sotto pelle, ferisce profondamente, prende possesso del nostro posto, rovina il sonno. Ma rende consapevole di cosa vuol dire, davvero, essere vivi.

Francesca Belsito

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