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[#NerdSeries] Giro di boa per American Gods: vale la pena continuare?

Lunedì 8 aprile ha segnato un traguardo importante per la serie tv di casa Starz, American Gods.

La serie ha infatti superato metà stagione, arrivando al quinto episodio. La domanda che però ci si pone è: come ci è arrivata?

Arrancando. Questa seconda stagione si trascina episodio dopo episodio con pochi colpi di scena a tenere alta l’attenzione. Diluisce le scene con lunghi dialoghi che, seppur pregnanti di significato, si protraggono con lunghe pause che rubano minuti preziosi ai fatti e alle rivelazioni.

PROTAGONISTI VECCHI E NUOVI

Il protagonista di American Gods, Shadow (Ricky Whittle), si muove in modo caotico, facendo un passo indietro nella sua consapevolezza a inizio stagione proprio quando, al termine della prima, c’era la speranza di vedere un miglioramento. Molto spesso è KO o comunque inabilitato e perfino il flashback che dovrebbe raccontare la sua storia si rivela molto noioso. C’è però da dire che se il protagonista è fiacco, i comprimari e i personaggi secondari dominano la scena e si rivelano capaci di grandi prodezze.

Laura Moon (Emily Browning) e Mad Sweeney (Pablo Schreiber) si mostrano molto più centrali nella stagione, caratterizzati da una crescita sia nel rapporto che come singoli. Tuttavia, manca il ritmo incalzante e umoristico dei racconti della prima stagione. Manca l’azione contestualizzata che spesso viene ridotta a combattimenti con ondate di nemici che vengono eliminati come burro. Manca un Odino (Ian McShane) carismatico, che viene superato perfino da Anansi (Orlando Jones) e Bilquis (Yetide Badaki) che si mostrano più decisi nell’interpretazione e nel manovrare i fili della trama.

Tra i nemici, vediamo una blanda interpretazione per quanto riguarda Media che, se nella prima stagione, è una spanna al di sopra sia di Mr. World che di Techboy, con la sua riconfigurazione si svilisce in apparizioni con poche righe di dialogo e un unico “assolo” nell’episodio 3. Techboy (Bruce Langley) è di sicuro il protagonista tra le divinità moderne e riesce nell’intento di superare l’atteggiamento da bambino capriccioso che si era imposto dalla prima stagione e si arriva perfino ad empatizzare con lui.

IL PUNTO SU METÀ STAGIONE

In parole povere, sembra essere una seconda stagione dedicata maggiormente ai personaggi secondari che ai principali. Questo però non vuol dire che le idee e la filosofia dietro gli episodi non vengano espresse a dovere. Tematiche come la globalizzazione, la privacy e la sicurezza sono trattate con metafore attuali. Ancora, la battaglia per la libertà razziale viene espressa in maniera eccellente dal trio Anansi, Bilquis e Ibis. Per questo sicuramente dovremmo ringraziare l’autore originale dell’opera, Neil Gaiman, poiché le tematiche vengono trattate in maniera simile al testo originale.

La fotografia è ancora eccellente, la costruzione delle scene è buona e anche il montaggio è ottimale insieme al comparto sonoro e le musiche. L’unica pecca è nella struttura degli episodi che con la loro lentezza rovinano la godibilità della serie.

Speriamo in una ripresa nella seconda parte della stagione di American Gods e che Charles “Chic” Eglee, showrunner del terzo capitolo, riesca a fare meglio per questa serie che merita di essere trattata con i guanti d’oro.

Daniele Ferullo

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