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Mai più ” Privata”: Cosenza dice Stop al femminicidio

Non so come raccontarvi questa storia. Potrei farlo da diversi punti di vista ma forse rischierei di sprofondare in un mare di banalità e di stereotipi dei quali questo argomento proprio non ha bisogno. Così ho deciso che proverò a raccontarvi cosa si prova, da giovane donna, a trascorrere un intero sabato pomeriggio a parlare di femminicidio. Ad ascoltare le strazianti storie di chi il dolora lo porta scritto in volto e nell’animo, di chi la rabbia ce l’ha incastrata dietro il coraggio. Vi racconto di PRIVATA , la mostra  itinerante aperta l’8 marzo ad Ancona, approdata lo scorso sabato a Cosenza e visibile al pubblico fino al 7 dicembre, presso l’Archivio di Stato, nel complesso monumentale di S. Francesco di Paola. Se qualcuno sta pensando a volti di donne martoriate o a chissà quale amena opera d’arte può smettere di farlo. Privata non urla, sussurra. E come spesso accade quando qualcuno ti sussurra in un orecchio, scuote brividi da pelle d’oca.  Vi racconto una mostra ma soprattutto un convegno. Che parla di donne sì, ma soprattutto di colpe. Che scuote le coscienze ma più di ogni altra cosa le anime.

PRIVATA è  la storia di Roberta Lanzino, morta il 26 luglio del 1988, dopo una violenza sessuale. E’ la storia di Fabiana Luzzi, 16 anni, uccisa e bruciata viva dal fidanzato. E’ la storia di Lea Garofalo, testimone di giustizia condannata a morte dalla mafia e dallo Stato, silente alle sue urla disperate. E’ la storia di Fernanda Scorzo, uccisa banalmente sotto gli occhi attoniti del figlio piccolo. E’ la storia di Maria Rosaria Sessa, giornalista dalle belle speranze, morta per mano brutale di un principe azzurro che di azzurro non aveva proprio nulla. E’ la storia di Anna Morrone, uccisa dal marito possessivo dopo anni di maltrattamenti e soprusi. E’ la storia di tutte quelle donne e di tante altre che lottano ogni giorno con la rabbia, il senso di colpa, la disperazione e la paura. E’ la storia di tutte quelle donne che hanno provato a cambiare il loro destino, pagando il prezzo troppo alto della vita umana.

E’ la storia di queste donne e nel contempo di milioni di altre, testimoniate dai reperti esposti nella mostra, che dal 1704 al 1920 subirono torti per mano familiari e finirono con l’essere condannate a morte o al carcere. Donne private di una giustizia, perché la legge riconosceva al marito il diritto di uccidere la moglie. Donne trucidate, schiavizzate, stuprate, fatte prigioniere come Ipazia D’Alessandria, come Artemisia Gentileschi, Giovanna D’ Arco. Donne che il tempo e le generazioni hanno offeso, occultato e straziato. Donne che, come ci racconta la storia,  sin dalla notte dei tempi periscono per mano di uomini inferiori che qualcuno un giorno ha intriso di un potere assoluto che non meritavano di avere.

Di loro e del loro dolore parla PRIVATA. Attraverso foto, installazioni e video che interpretano in modo sommesso ma efficace il fenomeno aberrante del femminicidio, definibile come il tentativo, espresso in forma violenta sotto tutti i punti di vista, di annullare l’identità di una donna.

Su questo e sulle infinite cause che generano tali episodi si sono interrogati  a lungo, sabato, esperti del settore e giornalisti. Arcangelo Badolato, giornalista, Tamara Ferrari e Rosalba Baldino, giornaliste anche loro, De Pasquali, criminologo e Pasqualina Maria Trotta, direttrice dell’Archivio di Stato.

Su come viviamo in questa cultura del maschio, così profondamente sessista che toglie ad ogni donna il diritto di andare in giro liberamente dovendosi difendere solo per il fatto di possedere un corpo. Di come questo clima di apparente parità che il nostro Paese sembra aver raggiunto, si dissolva in una bolla di sapone quando ci si stupisce perché è una donna ad aver raggiunto il potere o ad aver semplicemente scelto un destino diverso da quello che la cultura gli impone. Di come sia altamente fastidioso, per tutte noi, combattere ogni istante con il pregiudizio e lo sguardo di chi si chiede quale sia il tuo grado di quoziente intellettivo e ti definisce donna “ con le palle”  se dimostri il tuo distacco dal mondo animale. Di come ascoltando le storie di chi combatte per quelle morti ingiuste mi venga in mente la cultura marcia di questo paese che pone il maschio ancora sotto una sfera di innata superiorità in realtà  assolutamente obsoleta.

Sulle donne, in particolare su quelle calabresi, troppo presto dimenticate, sul loro coraggio, il loro senso di colpa di fronte ad un sopruso subito, la loro maturità nel lasciare, sui loro impuniti assassini. I numeri, quelli che la statistica racconta, sono agghiaccianti:.2.200 donne uccise negli ultimi due anni, 177 in Italia secondo una media annuale, una ogni due giorni per mano di un familiare. Storie diverse, dall’epilogo uguale per tutti. Nel silenzio di quelle testimonianze, solo il rumore degli applausi e dei battiti del cuore. Nulla può PRIVATA di fronte al silenzio e all’ingiustizia dello Stato. Occorrono misure restrittive e precauzionali che limitino al massimo la libertà degli uomini nel fare delle donne ciò che preferiscono. Nulla di fatto può una mostra e un convegno se non il più grande degli effetti. Togliere la polvere da un fatto “ privato” ponendolo all’attenzione pubblica, perché smuova le coscienze e le sconvolga  affinchè “privata” , della dignità e della vita, non lo sia più alcuna donna.

 

Lia Giannini

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