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Al Grandinetti di Lamezia Terme successo per la commedia “A morte ‘e Carnevale”

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Lamezia Terme ( Cz) – Rivivono i “quartieri spagnoli” di Napoli al teatro Grandinetti di Lamezia Terme. I bravissimi attori degli “Amici del teatro di Napoli” hanno infatti proposto un classico di Raffaele Viviani: “A morte ‘e Carnevale”, con la regia di Emanuele Passaro e Antonio Pollio. Una commedia in tre atti che è piaciuta al pubblico, che si è immerso per una serata nella Napoli dei primi del ‘900.  La commedia inizia partendo dagli ultimi istanti di vita di Pasquale Capuozzi, detto “Carnevale”, un usuraio della peggiore risma, più che avido, dal quale viene fuori tutta la cattiveria di chi, in modo ben evidente, ha l’interesse per i soldi, quei “denari dati con l’interesse”. Accanto a lui c’è ‘Ntunetta, Antonietta, che lo accudisce. Lei, entrata in casa a 16 anni come serva, ne resta “padrona”, diventando sua moglie. Insieme ai due, sul palco c’è anche l’unico nipote di Carnevale, Rafele, squattrinato scansafatiche che, trovatisi per caso ad assistere a uno dei frequenti attacchi di cuore dello zio, approfitta del momento per tentare di aggraziarsi, prima il fratello del padre, qual era il “Carnevale”, per rimanerne unico successore dell’ingente eredità, poi, visto l’ingarbugliarsi della storia, della “zia”, eventualmente a ereditare fosse lei.

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La commedia racconta l’eterno contrasto tra la generosità e la pura avarizia, i soldi dati per interesse, il tutto accresciuto dalla cupidigia, dalla bramosia verso la vile moneta, di Carnevale, che fino all’ultimo è rimasto legato ai soldi. Intorno a lui, anche tantissimi personaggi, che si affannano per entrare nelle grazie del moribondo usuraio, per ricevere quella fetta di eredità “perché gli spetta”, millantando parentele più o meno strette, accompagnate da quel fittizio bene “nato spontaneamente” solo per il proprio interesse. Tanti colpi di scena che si susseguono nei tre atti, prima all’interno dell’umile casa di Carnevale e poi all’esterno, in un vicoletto dei quartieri spagnoli, per poi ritornare all’interno della casa, fino al ritorno di Carnevale, che dopo il funerale, si sveglia  e ritorna dalla sua amata ‘Ntunetta, che nel frattempo si era già organizzata per sposarsi con il nipote Rafaele. Il tutto, in un napoletano molto stretto e una gestualità tipica partenopea.  La commedia, inserita nella rassegna “Vacantiandu – Città di Lamezia Terme”, diretta da Nicola Morelli, Walter Vasta e Sasà Palumbo, che quest’anno ha offerto al numeroso pubblico spettacoli di grandissima qualità, ha molto divertito il folto pubblico.

“A morte ‘e Carnevale” di scena al Grandinetti di Lamezia Terme

locandina

Lamezia Terme ( Cz) – Tutto pronto per il dodicesimo appuntamento della rassegna “Vacantiandu – Città di Lamezia Terme”, diretta da Nicola Morelli, Walter Vasta e Sasà Palumbo, che quest’anno ha offerto al numeroso pubblico spettacoli di grandissima qualità. Sabato 5 marzo alle ore 20.45 al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme andrà in scena “A morte ‘e Carnevale” con la regia di Emanuele Passaro e Antonio Pollio, che vedrà sul palco gli attori della compagnia “Amici del Teatro” di Napoli.  L’azione, così come l’anno di scrittura, si svolge nel 1928 ai “Quartieri Spagnoli”, precisamente al Vico della Concordia dove, in un malandato, ma non trascurato, basso, abita Pasquale Capuozzi detto “Carnevale” e la sua concubina ‘Ntunetta, Antonietta, la quale, entrata in casa da giovincella come serva, ne resta “padrona”, come vuole il popolino che quasi adorna l’esterno dell’abitazione, perché entrata nelle grazie del proprietario, sposato e in seguito vedovo, anche a causa della situazione creatasi. Il vecchio “Carnevale”, malato e ormai alla fine dei suoi giorni, è un usuraio della peggiore risma, più che avido, dal quale viene fuori tutta la cattiveria di chi, in modo ben evidente, ha “l’interesse per i soldi”, quei “ denari dati con l’interesse”. La commedia si dipana, nel primo atto, rappresentando gli ultimi istanti di vita di Pasquale Capuozzi, sempre accudito da ‘Ntunetta, con l’aggiunta presenza del suo unico nipote Rafele, Raffaele, squattrinato scansafatiche che, trovatisi per caso ad assistere a uno dei frequenti attacchi di cuore, approfitta del momento per tentare di aggraziarsi, prima, il fratello del padre, qual’era il “Carnevale”, per rimanerne unico successore dell’ingente eredità, poi, visto l’ingarbugliarsi della storia, della “Zia”, eventualmente a ereditare fosse lei. I colpi di scena che si susseguono nei successivi due atti, prima all’esterno del basso, poi di nuovo al suo interno, danno ritmo e ilarità alla storia, come nel costume degli scritti del “Napoletano”, anche se Stabiese di nascita, Raffaele Viviani, portando il pubblico ad assistere ad un appassionato rincorrersi di circostanze, con quei Personaggi che, pur fermi, corrono e si affannano per entrare nelle grazie del moribondo Carnevale, per ricevere quella fetta di eredità “perché gli spetta”, millantando parentele più o meno strette, accompagnate da quel fittizio bene “nato spontaneamente” solo per il proprio interesse.