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Processo Mediaset: la pistola carica puntata in faccia al nostro governo

 

Il processo Mediaset è giunto al suo ultimo grado di giudizio. Stamattina, la corte composta da Antonio Esposito (Presidente), Amedeo Franco (relatore), Ercole Aprile, Giuseppe de Marzo e Claudio d’Isa (consiglieri) si riunirà per la decisione finale ed entro giovedì il popolo italiano saprà se l’ex Primo Ministro sarà colpevole. L’accusa di frode fiscale, poco più di sette milioni di euro evasi nel 2002 e nel 2003, pende anche sulle teste di Frank Agrama (produttore statunitense e socio occulto) e degli ex manager Daniele Lorenzano e Gabriella Galetto. In primo e secondo grado, Mr.B era stato condannato a quattro anni di reclusione (tre di questi sono coperti dall’indulto e da un provvedimento che alleggerisce la pena per gli ultrà settantenni) e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. La Cassazione potrebbe comunque rinviare il verdetto decisivo (giungerebbe così la gratificante prescrizione, da non confondere con l’assoluzione) o al massimo costringere l’imputato ad un anno di servizi sociali. Resterebbe intatta solo l’interdizione dai pubblici uffici, che vieta di mettere mani e piedi nei luoghi della governance italiana.

Questa battaglia legale, combattuta tra gli inquirenti e la difesa dell’imprenditore brianzolo (quelli che propagandano la persecuzione giudiziaria ai danni del Cavaliere di Arcore) conoscerà fra pochissimo il suo punto di svolta. Potrebbe sporcare la fedina penale di un politico che il resto del mondo non ci invidia e far morire il governo delle larghe intese. L’esecutivo presieduto da Enrico Letta da mesi discute di giustizia. Della lentezza dei processi, della separazione delle carriere, delle inadeguate risorse dei tribunali (scarso personale e pochi soldi per comprare fogli e cartucce per stampante) ? No, non scherziamo. L’argomento principale sono i processi di un singolo individuo e il modo per salvarlo.

Perchè ? Perchè il procedimento penale in corso è una pistola carica puntata sull’instabilità del Paese. Se Berlusconi venisse condannato, il governo rischierebbe il tracollo. Se la Cassazione dovesse confermare ciò che è stato deciso in primo e in secondo grado, l’imputato sarebbe chiamato a compiere le sue contromosse: defilarsi e affidare ad una prestanome (la figlia Marina) la cura dei suoi interessi oppure aizzare il suo pubblico/elettorato portandolo ad occupare le piazze al grido di “chi non salta comunista è“.

Comunque andrà a finire, daremo il benvenuto alla catastrofe.

 

 

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