Cultura&Spettacolo

Eduardo Halfon alla Feltrinelli: la fragilità di non poter leggere la punta della lingua

COSENZA – Classico sabato di pioggia. Un folto gruppo di over 55 è al primo piano della Libreria Feltrinelli, incuriosito dalla programmata presentazione de “Il pugile polacco”, opera dello scrittore guatemalteco Eduardo Halfon. I giovani, che dovrebbero divorare testi e cultura, hanno altri appuntamenti e perciò non assediano la libreria. La stragrande maggioranza degli uditori aspetta l’inizio della discussione. Lo scrittore gualtemalteco è arrivato in anticipo, però l’evento non è puntuale. Una delle relatrici, la professoressa Marta Petrusewicz è bloccata alla Stazione di Paola e un tassista è andato a recuperarla. Gli altri relatori sono già sul posto: la traduttrice Maria Pina Iannuzzi, la giornalista Rai Annarosa Macrì, la lettrice Teresa Bruno, il chitarrista Rodolfo Capoderosa e un uomo della Rubettino (la casa editrice del libro).

Per tappare i buchi e dilatare l’attesa, si apre una parentesi musicale: Teresa Bruno recita passi del libro e Capoderosa sollecita le corde della sua chitarra. L’intro musicale allegerisce i tempi morti. Qualche piede di spettatore comincia a battere sul pavimento. Nel frattempo, la “ritardataria” Petrusewicz ha preso posto. Vale la pena sfidare il maltempo per uno scrittore che si è laureato in ingegneria negli Stati Uniti e si è innamorato della letteratura dopo esser tornato in Guatemala (scoperte, sia la patria che la letteratura all’età dio 28 nni) ? Gli anziani dicono di si, i giovani non sono pervenuti. Poi non si generalizzi sul ricambio generazionale: esitono anche anziani meritevoli e giovani immeritevoli. 

Dopo aver musicato tante parole, la giornalista della Rai si avvicina al microfono ed elogia Halfon: “Il pugile polacco ci salverà. Lo abbiamo dentro tutti noi” e poi cede la parola all’ insegnante Petrusewicz. La donna, in un intervento che abbraccia la pedanteria ed è sul punto di svelare il finale del libro, offre interpretazioni testuali: “l’ io narrante è lo scrittore stesso. E’ molto forte il tema dell’ebraicità e dell’olocausto (lo scrittore è anche ebreo n.d.r), basti pensare che il racconto si ispira ai cinque numeri che il nonno, deportato ad Auschwitz, portava sull’avambraccio. Si sente anche l’influenza di Primo Levi”.

Appartata la critica del testo, è lo scrittore che si rivolge alla platea in spagnolo (anche se confida di pensare in inglese). Come si possono interpretare le sue parole a caldo? Prima di tutto, bisogna specificare che il Guatemala ha un autore di racconti che confonde vita e opera, suggerendo che si può essere ingannati dagli scrittori in qualsiasi momento e la verosimiglianza di un passo non si può confutare. Un narratore che aggiunge racconti alla sua opera madre (a seconda del Paese cresce o diminuisce il numero dei singoli pezzi), volendo continuamente arricchirla, spinto da un istinto che si fa mansueto davanti ad un programma di allenamento che è anche superstizione: “la mattina devo sempre scrivere”. Halfon ha la mentalità aperta di un viaggiatore lusingato dal potere della parola e dei numeri, la curiosità di un esploratore che lotta per dire ciò che è sulla punta della lingua.  Quanto riesca ad essere imprevedibile, lo percepiremo leggendo i suoi racconti. Ci vorrà tanto tempo, perchè come Fellini (“vorrei dirigere un film infinito”) la sua opera è destinata a riproporsi in continuazione.

CERMINARA FRANCESCO

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