Cultura&Spettacolo

Yes we call, precari in cuffia

COSENZA – Videomaker, blogger, media attivista ma anche poeta e scrittore si tratta di Gabriele Fabiani che ieri all’interno della ricca programmazione della settima edizione della Settimana delle Biblioteche ha presentato in anteprima nazionale il suo ultimo libro “ Yes we call. Vita di un operatore call center” edito da Edizioni Periferia.

Un libro di inchiesta, di denuncia basato su quella che la sociologia chiama osservazione partecipata, Fabiani infatti diventa parte dell’argomento vivendo personalmente la tematica affrontata con uno spiccato sguardo critico. Una testimonianza unica ma identica per tutti, il simbolo di una successione di voci che raccontano una delle patologie dell’era moderna, il lato oscuro di quella che per molti rappresenta la normale quotidianità, l’incubo di ogni laureato contemporaneo, lavorare in un call center.

Inbound, outbound, co.co.co, telemarketing, provvigioni, licenziamento, sono i concetti cardini di una società in crisi con cui la nuova generazione ha necessariamente imparato a fare i conti e che Fabiani denuncia in un piccolo libro con un linguaggio fresco, acuto e comunicativo diventando quasi una sorta di manifesto di quella generazione vittima dello sfruttamento della manopera intellettuale.

Durante la presentazione si sono susseguiti alcuni interventi primo fra tutti quello dell’editore Pasquale Falco che ha evidenziato quanto la parola possa essere rivoluzionaria nella denuncia, ferendo chi deve essere ferito e ha condannato fermamente l’autocensura paragonandola a una desolante resa.

L’intervento dell’assessore provinciale al lavoro Giuseppe Giudicendrea si è incentrato sulle responsabilità che la politica deve prendersi per rimettere in moto la macchina degli investimenti reali e del mercato del lavoro che pur rimanendo flessibile non può continuare a condannare alla precarietà dell’esistenza.

L’ultimo intervento spetta ovviamente all’autore che spiega la triplice valenza di un libro che è di verità perché è autobiografico, di denuncia perché rivela le vessazioni di cui spesso gli operatori sono vittime, come il mobbing, e di richiesta perché si rivolge direttamente a chi ha l’obbligo di vigilare sul rispetto dei diritti umani che dovrebbero essere alla base di tutti i rapporti di lavoro.

Fabiani ringrazia i call center solo per aver trovato l’amore quello vero ma continua a lottare contro le fabbriche che producono precarietà perché vuole esortare tutti a liberarsi da questa nuova forma di alienazione mortificante, perchè vuole stimolare la fuga da una schiavitù fatta di obblighi e priva di tutele ma soprattutto continua a lottare affinchè la fatidica frase “si ma almeno lavoro” non diventi un modo per morire silenziosamente.

Gaia Santolla

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