Ci sono visite che non si limitano a raccontare un vino, ma riescono a restituire l’anima di un territorio. L’invito ricevuto da Claudia Maremonti, organizzatrice attenta e preparata comunicatrice enogastronomica, a varcare le porte della cantina Magna Graecia è stato questo: un’esperienza immersiva, condivisa con un gruppo di comunicatori e giornalisti del settore, capace di trasformarsi in un racconto corale fatto di profumi, sapori e memoria.
Siamo in Calabria, terra aspra e generosa, dove la viticoltura non è mai solo produzione, ma atto culturale. Qui il vino nasce come sintesi di paesaggio, lavoro umano e rispetto della natura. Ed è proprio questa filosofia che guida Vincenzo Granata, vignaiolo e ingegnere gestionale, classe 1988, anima e mente della cantina Magna Graecia.

La storia di Vincenzo Granata affonda le radici nella memoria familiare: la passione per il vino arriva dal bisnonno, che produceva vino nel cuore del paese. Quel luogo oggi è diventato spazio di affinamento e degustazione, simbolo di un ponte ideale tra passato e futuro. Granata non rinnega la tradizione, ma la interpreta con consapevolezza contemporanea.
Con soli 22 ettari vitati tra la Presila cosentina e le pendici del Pollino, l’azienda produce circa 50.000 bottiglie l’anno, una scelta precisa: qualità prima della quantità. Ogni pianta è seguita con cura quasi artigianale, ogni parcella è conosciuta, mappata, concimata in modo differenziato e rigorosamente vegetale. Le rese bassissime – appena 50 quintali per ettaro e circa 800 grammi di uva a pianta – restituiscono vini intensi, concentrati, profondamente identitari.
A questo sapere antico si affianca l’ingegno: Granata ha brevettato un dispositivo naturale di controllo della fermentazione che sfrutta il “gioco delle temperature” per guidare l’evoluzione del mosto senza addizione di solfiti, riducendo tempi ed energia. Una tecnologia discreta, al servizio della natura, non in competizione con essa.
Il viaggio prosegue nel bicchiere, dove le cultivar diventano parole di un linguaggio antico. Il Pecorello, vitigno a bacca bianca simbolo della Calabria, regala vini di sorprendente struttura, freschezza e longevità, capaci di raggiungere anche i 14 gradi mantenendo equilibrio ed eleganza. Il Magliocco, insieme al Merlot, dà vita a rossi profondi e avvolgenti, mentre la Guarnaccia nera, vitigno difficile e quasi dimenticato, rappresenta una vera dichiarazione d’amore per la biodiversità: complessa, schiva, ma di grande personalità, tanto da aver portato la cantina a conquistare la medaglia d’oro al Concours Mondial de Bruxelles con il Baronè Rosso Guarnaccia Nera.
Ogni vino è un frammento di Calabria, una fotografia liquida di suoli, altitudini, vento e silenzio.
Gli abbinamenti: quando il vino incontra la cucina “identitaria“
A rendere l’esperienza memorabile è stato il dialogo continuo tra vini e piatti, pensati come un unico racconto sensoriale. Il guanciale di suino nero ha aperto la degustazione con la sua grassezza elegante, esaltata dalla freschezza dei bianchi a base pecorello. La pitta con rosamarina, profumata e ancestrale, ha evocato gesti domestici e rituali antichi.
La tartare di podolica agli agrumi ha giocato su contrasti delicati, trovando nei vini bianchi e rosati un compagno capace di amplificarne la finezza. Il tortino di patate della Sila con cuore di caciocavallo filante e fonduta ai porcini è stato un abbraccio caldo e profondo, perfettamente sostenuto dal rosato ben strutturato.


Con la pasta e patate alla silana e il cosciotto di maialino nero al vino con salsa agli agrumi, il racconto si è fatto più intenso, carnale, con un passaggio interessante dal magliocco alla guarnaccia invecchiata e gli assemblaggi che hanno mostrato tutta la loro vocazione gastronomica. Infine, il passito: ad accompagnarlo cioccolata fondente e pitta ’mpigliata, dolce simbolo di festa e tradizione, in un finale che sapeva di casa e di memoria condivisa.



Magna Graecia non è solo un’azienda vitivinicola. È un progetto culturale, una visione che guarda al futuro senza dimenticare le radici. Dall’export internazionale alla sperimentazione nel campo del benessere e della cosmetica naturale, fino alla valorizzazione degli scarti di lavorazione, tutto parla di sostenibilità autentica e rispetto del territorio.
Lasciare la cantina, a fine giornata, ha significato portare con sé molto più di qualche appunto di degustazione. È stato come chiudere un libro scritto con il linguaggio della terra, dove ogni pagina profumava di Calabria e ogni sorso raccontava una storia vera.
Visitare la cantina Magna Graecia non è solo fare una degustazione. È assistere a un miracolo di equilibrio. Quello tra un giovane che ha brevettato il futuro e il bisnonno che da quel locale, oggi affineria e sala degustazione, ancora sembra sorvegliare l’operato. Tra un vino che profuma di storia millenaria e un dispositivo digitale. Tra la fatica della vigna e la leggerezza del sapore. È scoprire che in Calabria, tra il Pollino e la Sila, c’è chi ha compreso che la vera modernità è dare radici profonde al domani. E che il vino più autentico è quello che sa essere, prima di tutto, la voce della sua terra.
Un viaggio emozionale che continua, bottiglia dopo bottiglia.
Fiorenza Gonzales







