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Unical/Scenari di sostenibilità: “rigenerare gli ambienti urbani per evitare disastri come quello in Sardegna”

 ARCAVACATA – 2O nov – Un convegno che sembra calzare a pennello sulla tragica situazione in cui Sardegna e Calabria versano in questo ore e che riguarda l’ondata maltempo. “Scenari di sostenibilità”, è  il tema trattato questo pomeriggio nella sala stampa dell’Università della Calabria organizzato dall’Istituto Nazionale di Bioarchitettura (INBAR) in collaborazione con l’OpenLab dell’Università della Calabria e che ha visto un team di docenti ed esperti affrontare diversi tesi che sembrano ricongiungersi verso  un unico motto: “rigenerare l’ambiente urbano”.

Ad aprire il convegno, l’ing, Carlo Patrizio, consigliere nazionale della sezione INBAR (Istituto Nazionale Bioarchitettura) il quale si accinge ad affrontare il problema partendo da tre parole chiavi: “sostenibilità, partecipazione e integrazione”. La sostenibilità ambientale secondo l’ingegnere sembra essere una parola evanescente, applicata unicamente alla salvaguardia delle energie rinnovabili. In questi anni il tema dello sviluppo e del benessere ambientale si è concentrato sull’espansione edilizia, che ha causato sempre e solo disastri come quelli avvenuti recentemente in Sardegna e ha trascurato una componente fondamentale: la qualità di vita dei cittadini. Un’efficace azione di rigenerazione urbana deve ripartire dall’attività delle sezioni nei singoli territori locali.  Bisogna ripartire da un’ identità territoriale in quanto tessuto ordito di storia, natura e cultura.

“In realtà – afferma Patrizio –  il territorio in natura non esiste, esiste il suolo. Il territorio è un opera d’arte, prodotto attraverso un dialogo, uno scambio tra tecnica e poetica, una relazione fra entità viventi. E’ necessario dunque attuare queste ricomposizioni per poter concretizzare una vera e propria sostenibilità ambientale”. Ogni piano di riqualificazione  deve guardare al sistema urbano nella sua complessità, concentrandosi su un approccio olistico che riguardi aspetti culturali, paesaggistici e territoriali, di partecipazione sociale e di sostenibilità dell’abitare; ciò produrrebbe effetti sinergici che si concentrano sulla cura degli spazi dell’abitare ostacolando l’avanzamento del degrado ambientale. 

Segue poi la riflessione di Domenico Cersosismo, economista e politico calabrese, il quale si concentra sul tema della bellezza. “Vi è una domanda crescente di bellezza, ma in realtà si è smarrita la vera accezione del termine, in quanto identità” e continua “ma si può parlare di bellezza nell’ambito economico?”. Per Cersosimo la risposta è semplice: lo si può fare in quanto viviamo in una società edonistica in cui la bellezza ha poteri economici. E con dati statistici alla mano, l’ex docente afferma che la bellezza si traduce come discriminante in qualsiasi ambito del quotidiano, dalla sfera affettiva a quella lavorativa, il potere della bellezza è ammaliante. “Vogliamo avere cose case sempre più belle, auto sempre più moderne, oggetti tecnologici sempre più all’avanguardia”. Per Cersosimo siamo accaniti sulla quantità e poco sulla qualità; sul nuovo e poco sulla cura di quello che già abbiamo. E’ questo il vero dilemma su cui dobbiamo intervenire per per poter giungere così a delle politiche sociali che portino a servizi meno scarsi e più efficienti.

L’intervento finale è lasciato a Francesco Bevilacqua, avvocato e ambientalista calabrese, che sembra discostarsi dall’argomento che si era accuratamente preparato per riallacciarsi invece alla riflessione del suo amico Cersosimo. E per fare ciò Bevilacqua rispolvera vecchi testi di Giuseppe Berto, scrittore veneto innamorato della Calabria che scriveva nel lontano 1962: “Ci sarà sempre più gente che pagherà prezzi più alti per avere una bellezza davanti ma ciò comporterà anche più solitudine”. Sembrano parole quasi profetiche, negli anni in cui la Calabria poteva vantare un paesaggio rurale a riparo dall’attuale e spudorata espansione edilizia. “Ma perché – si domanda l’ambientalista – in questi anni in Calabria c’è stata una rimozione di paesaggio interiore”. Per ‘paesaggio interiore’ Bevilacqua intende il riferimento psicoanalitico  con cui Jung spiegò l’inconscio collettivo, quello che rimane appunto a livello non conscio come archetipo nonostante non ne abbiamo testimonianza. Ebbene, perché abbiamo voluto distruggere questo paesaggio interiore, memoria atavica che ci appartiene? Tutto ciò è dovuto ad un senso di inferiorità collettiva da cui è afflitto il calabrese, una sorta di malattia che lo ha portato all’autodistruzione. “E’ da 50 anni che ci portiamo dietro questo complesso – continua – a causa del perenne confronto con la società capitalistica del nord.  Noi siamo convinti che il Sud versi ancora in una fase di non sviluppo e che i calabresi debbano essere curati in quanto gente malata. Purtroppo il termine che noi calabresi abbiamo da tempo ormai abiurato è ‘nostalgia’ (da nostos=ritorno in patria). Dobbiamo dunque recuperare quella nostalgia, non nella sua accezione negativa in quanto sentimento dell’immobilità, ma come studio del passato per progettare un futuro diverso”. Bevilacqua conclude definendosi umoristicamente anche un medico. Ma le sue non sono le tradizionali cure tipiche della professione. “Io mi occupo della cura di un’epidemia – afferma –  che riguarda l’amnesia dei luoghi. I calabresi sono in un irreversibile coma topografico e ciò che devono prepotentemente riacquistare per poter rigenerare il loro territorio sono i paesaggi della memoria”.

 Sonia Miceli

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