Da Vannacci a Meloni, fino a Trump: la donna è ancora il campo di battaglia del potere politico?

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Il corpo, l’identità e la libertà femminile sono diventati il terreno su cui si confrontano visioni diverse di società. Un’analisi tra politica, cultura e nuovi immaginari del potere.

La politica non governa soltanto attraverso le leggi ma anche attraverso le parole. Ogni epoca costruisce un’immagine della donna e, attraverso quella immagine, racconta il modello di società che desidera. È ciò che il filosofo Michel Foucault chiamava il rapporto tra potere e discorso: il potere non impone soltanto norme, ma definisce ciò che appare naturale, desiderabile, giusto.

La domanda allora non è soltanto cosa pensino i politici delle donne, ma perché ogni progetto politico sente il bisogno di definire cosa sia una donna?

La donna secondo Roberto Vannacci: l’uguaglianza come neutralità

Nel recente confronto televisivo con Lilli Gruber, Roberto Vannacci ha mostrato una strategia comunicativa precisa evitare di muoversi sul piano emotivo e riportare ogni questione a pochi concetti chiave – merito, uguaglianza formale, identità, tradizione. Secondo diversi osservatori della comunicazione politica, il suo obiettivo non era convincere l’interlocutrice, ma rafforzare il legame con il proprio elettorato attraverso messaggi semplici e ripetuti. Anche sul femminicidio, la sua posizione è coerente con questa impostazione.

Per Vannacci il femminicidio non dovrebbe costituire una categoria distinta, perché la legge dovrebbe essere identica per tutti e un omicidio resterebbe tale indipendentemente dal sesso della vittima. Ha esteso lo stesso ragionamento alle quote di genere, sostenendo che il criterio debba essere il merito e non il genere.

Dal punto di vista giuridico è una posizione che richiama il principio dell’uguaglianza formale. Dal punto di vista delle scienze sociali, però, emerge un’altra domanda.

L’uguaglianza consiste nel trattare tutti allo stesso modo oppure nel riconoscere che alcune forme di violenza nascono da dinamiche specifiche?

Qui si colloca il cuore del dibattito. La sociologia distingue infatti tra uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale: la prima afferma che tutti sono uguali davanti alla legge; la seconda si interroga se persone che vivono condizioni storiche e sociali differenti possano davvero essere considerate uguali senza strumenti specifici. È esattamente questo il terreno su cui nasce il concetto di femminicidio.

La donna secondo Giorgia Meloni: rompere il soffitto di cristallo senza rompere il paradigma

Con Giorgia Meloni si apre una contraddizione sempre più attuale, per la prima volta una donna guida il governo italiano. Ma Meloni non si è mai proposta come simbolo del femminismo istituzionale. Anzi, ha spesso rivendicato categorie come patria, famiglia e identità, tradizionalmente associate al pensiero conservatore.

Eppure, il suo governo ha sostenuto norme più severe contro la violenza sulle donne e ha difeso l’introduzione del reato di femminicidio, prendendo le distanze dalle dichiarazioni di Vannacci.  Questa apparente contraddizione racconta una trasformazione della destra europea. La donna può occupare il vertice del potere senza che venga necessariamente messo in discussione l’impianto culturale tradizionale sul quale quel potere si fonda. È la differenza tra presenza femminile e trasformazione femminista.

Trump e la leadership: quando il potere continua a parlare una lingua maschile

Anche il rapporto politico tra Donald Trump e Meloni merita attenzione.

Trump ha costruito gran parte della propria leadership su un linguaggio fortemente identitario, competitivo e conflittuale. Numerosi studi sul suo stile comunicativo mostrano un ricorso frequente a narrazioni di crisi, forza e contrapposizione, caratteristiche tipiche della comunicazione populista.

Meloni, pur muovendosi in un contesto diverso, condivide alcuni elementi della comunicazione populista – il richiamo al popolo, all’identità nazionale, alla leadership forte – ma introduce una variabile nuova: è una donna che esercita il potere in un linguaggio storicamente costruito dagli uomini.

La domanda, allora, non è se Meloni sia “diversa” da Trump, ma è se il potere abbia davvero imparato una grammatica nuova o continui a premiare gli stessi codici simbolici di sempre: decisione, fermezza, verticalità, competizione.

Mentre discutiamo delle donne che governano, milioni di donne continuano a vivere una realtà molto diversa. Secondo i dati sul lavoro, sulla distribuzione del carico di cura e sulla rappresentanza nei luoghi decisionali, la presenza femminile ai vertici resta limitata in molti ambiti pubblici e privati.

La politica racconta spesso le donne eccezionali, molto meno quelle ordinarie.

Eppure, è proprio lì che si misura la qualità di una democrazia, una società non cambia quando elegge una donna. Cambia quando una donna qualunque può ambire a qualsiasi ruolo senza che il suo genere diventi la prima lente attraverso cui viene giudicata.

Perciò viene ancora una volta da chiedersi: perché, nel 2026, la definizione di “donna” continua a essere uno dei terreni più contesi della politica?

Ogni leader propone una risposta diversa, c’è chi vede nella donna il presidio della tradizione, chi il simbolo dell’emancipazione, chi il soggetto da proteggere, chi l’individuo da trattare in modo identico a tutti gli altri.

Ma tutte queste narrazioni condividono un rischio, parlare delle donne senza lasciare abbastanza spazio alle donne. Ed è forse qui che si gioca la sfida culturale del nostro tempo. Non stabilire quale modello femminile debba prevalere. Ma riconoscere che nessun modello, per quanto convincente, può contenere la complessità dell’esperienza femminile.