La cura delle cicicatrici: la storia di rinascita di Mario Pellegrino

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Un cammino di riscatto per mettere ordine tra le pieghe del passato, ma anche per gridare a chiunque si trovi nel buio che esiste sempre una seconda possibilità. “Finalmente libero” è il racconto autobiografico di Mario Pellegrino, un’opera pronta per essere pubblicata con tutta la sua carica di verità e come segno di gratitudine verso la sua community: quel gruppo di persone che lo sostiene quotidianamente da circa 15 mesi, nato grazie al canale YouTube in cui Mario unisce dirette di telecronaca sportiva — come il format “L’ora d’area di Mario Pepè” — a momenti intimi in cui ha scelto di raccontarsi senza filtri, raggiungendo oltre 19 milioni di ascolti.

“Il caffè delle tre”: si intitola così il primo capitolo, interamente incentrato su un’infanzia complessa in cui la figura di riferimento è nonna Pasqualina. Guardando indietro a quegli anni, la memoria fatica a ricomporre i pezzi, tranne quello di un rito rimasto intatto al passare del tempo: quel caffè condiviso ogni pomeriggio alle tre, percepito come un’oasi di pace in cui tutto, finalmente, sembrava trovare il proprio posto. È a Milano che Mario trascorre i suoi primi anni, dove i genitori calabresi si erano trasferiti per lavoro. Sono anni segnati dal bullismo subito a causa di un problema al piede sinistro, un tendine retrattile che gli provoca difficoltà motorie e lo rende bersaglio di continue prese in giro; un dolore che si trasforma in un trauma che la mente, crescendo, cercherà di cancellare con ogni mezzo a disposizione.

La spensieratezza sembra finalmente arrivare con il trasferimento in Calabria, a Torano Castello, e l’incontro con “ragazzi dell’89”, un gruppo di amici capaci di guardare oltre il suo disagio fisico e di mostrargli la bellezza di un affetto senza limiti nè condizioni. Tuttavia, quel trauma vissuto nei primi anni continua a scavare in silenzio sotto la superficie. Con il passare del tempo, nella vita di Mario si insinuano l’alcol, le sostanze e la violenza delle risse: comincia a inseguire il caos pur di non rimanere solo con l’eco dei propri pensieri, lasciandosi avvolgere dall’abbraccio anestetizzante dei vizi e confondendo l’adrenalina della strada e l’assenza di regole con l’illusione di libertà.

Ma “Gli angeli arrivano senza annunciarsi“, criporta il titolo del dodicesimo capitolo in cui emergono due figure fondamentali per la sua salvezza: Antonio e Giorgio, persone care evocate nel testo con nomi fittizi. Il primo è il maître di un hotel in cui Mario entra per lavorare soltanto tre giorni con lo scopo di racimolare qualche soldo in vista di un capodanno da festeggiare con gli amici. Quei tre giorni si trasformeranno in ben quindici anni di professione e stabilità. Mentre il secondo è il pubblico ministero che lo salva dai guai legali. Le parole di quest’ultimo, dopo l’ennesima rissa, si imprimono a fuoco nella memoria di Mario: gli fanno comprendere che nessuno avrebbe più potuto compiere l’opera che spettava soltanto a lui. Era giunto il momento di scegliere di salvarsi. «Il maître mi aveva dato un posto in cui ricominciare; il pubblico ministero mi aveva fatto capire che la mia libertà aveva un valore», scrive nel testo.

Quell’hotel diventa lo scenario del tredicesimo capitolo, “La casa che non sapevo di avere”, dove trova una vera e propria seconda famiglia. Tra tutti risalta la figura dello chef che, pur di averlo accanto in cucina, gli assegna mansioni che non gli spettano, spinto dal puro piacere di condividere con Mario momenti di leggerezza, risate e complicità. «Io avevo passato anni a cercare di essere visto, a cercare rispetto, a cercare qualcuno che mi considerasse, e adesso c’era qualcuno che semplicemente voleva che stessi lì».

Una casa ritrovata che gli dimostra come la rinascita non cancelli le ferite, ma sappia donar loro un significato nuovo: «Il passato rimane nelle cicatrici, nelle paure, nei ricordi che ritornano quando meno te lo aspetti, ma tutto ciò mi insegnò una cosa fondamentale: non sei obbligato a rimanere la persona che sei stato», scrive ancora nel testo.

Nel diciassettesimo capitolo, Mario racconta di aver sempre fatto fatica a distinguere la differenza tra una carezza e uno schiaffo, dopo aver confuso per anni l’adrenalina con la felicità, la paura con il rispetto e l’oscurità della notte con la libertà. D’un tratto, però, comincia la lenta e meravigliosa scoperta di un nuovo modo di stare al mondo, fatto di cose semplici: l’ascolto, le chiacchiere genuine e la grazia di un sorriso regalato. E poi la metamorfosi. «Se un giorno qualcuno mi chiederà chi sono, non avrò più bisogno di raccontargli tutto quello che ho fatto: gli dirò soltanto di essere quello che è caduto, quello che è stato salvato, quello che si è rialzato, quello che finalmente ha imparato a vivere», conclude Mario nel diciannovesimo capitolo.

Sotto la superficie di queste righe emerge il coraggio di reinventarsi di un uomo che ha saputo trasformare le proprie fragilità in una luce di speranza per sè e per gli altri. “Finalmente libero” è pronto a prendere forma: una autentica testimonianza che non è mai troppo tardi per riappropriarsi della propria storia e tornare a scegliere la vita.

Elvira Sangineto