Tra spopolamento, disuguaglianze e lavoro invisibile, il racconto delle donne che abitano i territori ai margini e ne ridefiniscono l’identità.
C’è un momento, nella vita di molte donne nate nei margini, in cui la domanda non è più cosa voglio diventare, ma dove posso esistere davvero.
È una domanda carsica, che attraversa i vicoli stretti dei piccoli paesi, le piazze vuote nei pomeriggi lunghi, le case che custodiscono memorie più pesanti delle mura che le sorreggono.
Nel Sud, e in particolare in luoghi come la Calabria, l’identità femminile si costruisce su una linea di confine sottile: tra appartenenza e fuga, tra radice e possibilità, tra ciò che si eredita e ciò che si sceglie di diventare.
Ma questa linea, troppo spesso, non è solo simbolica è tracciata da condizioni materiali, economiche, sociali che rendono la libertà una possibilità diseguale.
Nascere in un territorio marginale significa spesso nascere dentro una narrazione già scritta.
Le aspettative hanno nomi familiari: sacrificio, discrezione, resistenza.
Qui, l’identità non è mai completamente individuale: è relazionale, stratificata, quasi collettiva. Si è figlie di un luogo prima ancora che di sé stesse, eppure, proprio in questa eredità si apre una frattura. Perché ogni donna, a un certo punto, avverte una tensione: tra il bisogno di restare fedele a ciò che è stato e il desiderio di tradire – nel senso più alto del termine – ciò che non le appartiene più.
È in questa tensione che nasce la coscienza, ma non tutte hanno lo stesso spazio per attraversarla. Dietro la scelta di restare o partire non c’è solo un conflitto interiore, ma una geografia precisa delle opportunità.
Nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione femminile resta tra i più bassi d’Europa, attestandosi intorno al 35%. In alcune aree interne, il divario rispetto agli uomini supera i 30 punti percentuali. Significa che, per molte donne, il lavoro non è una possibilità concreta, ma un’eccezione.
A questo si aggiunge un dato ancora più radicale: una larga parte delle donne è fuori dal mercato del lavoro, spesso non per scelta, ma per mancanza di alternative reali. Non è solo una questione di ambizione o talento è una questione di accesso ad una realtà sempre più lontana dall’essere concreta.
C’è poi un altro elemento, meno visibile ma decisivo: il lavoro di cura. Nei territori marginali, le donne continuano a essere il perno silenzioso delle famiglie e delle comunità. Accudiscono, sostengono, tengono insieme. Ma questo lavoro, essenziale, resta non riconosciuto e non retribuito.
Molte donne non restano: vengono trattenute da legami affettivi, da responsabilità implicite, da un sistema che non ha mai nominato il loro carico come un vincolo. E così, la scelta si restringe diventa meno libera, più necessitata. I territori marginali non sono solo luoghi dell’anima, sono luoghi con meno servizi, meno infrastrutture, meno connessioni.
La distanza dai centri urbani è anche distanza da:
- opportunità lavorative
- servizi sanitari
- reti culturali
- possibilità di immaginarsi altrove
Non è solo una questione geografica è una distanza esistenziale. E quando le opportunità non arrivano, partire smette di essere un desiderio e diventa sopravvivenza. Negli ultimi decenni, milioni di persone hanno lasciato i piccoli centri del Sud e sempre più spesso, a partire sono donne giovani, istruite, qualificate. Il profilo è chiaro: donne che hanno investito su sé stesse e che, proprio per questo, non trovano spazio nei luoghi di origine.
Chi resta, allora? Restano spesso le più giovani senza risorse o le più anziane, custodi della memoria. Restano le donne che tengono in vita paesi che lentamente si svuotano e in questo svuotamento, il femminile assume un ruolo paradossale: è insieme ciò che resiste e ciò che se ne va. C’è una narrazione dominante che associa il restare all’immobilità, ma restare, per molte donne, è un atto radicale.
Restare significa:
- abitare un luogo senza subirlo
- trasformare il limite in linguaggio
- riscrivere, dall’interno, le regole non dette
È una forma di resistenza culturale che non ha bisogno di proclami, avviene nelle scelte quotidiane, nei micro-scarti: una professione non convenzionale, una voce che si alza dove prima taceva, un modo diverso di essere – o di non essere – ciò che ci si aspetta.
Restare diventa allora un gesto di grande coraggio, un modo per dire: posso essere altro, senza andare via. Allo stesso tempo, partire non è automaticamente emancipazione, è spesso, una scelta obbligata. Molte donne partono perché restare significherebbe rinunciare al lavoro, all’indipendenza economica, alla possibilità stessa di costruire una vita autonoma.
Non tutte partono per libertà, molte partono per necessità. E chi parte porta con sé una doppia assenza: quella dal luogo che lascia e quella da una parte di sé che lì rimane. Questa condizione che le donne vivono oggi non fa rumore, non occupa le prime pagine dei giornali ma esiste.
È nelle piccole imprese femminili che nascono in contesti improbabili. Nelle reti informali che creano sostegno e possibilità. Nei nuovi modi di abitare il territorio senza rinnegarlo. È un’innovazione che non cancella il passato, ma lo attraversa, che non nega le radici, ma le rende porose.
Forse, allora, la domanda che spesso le donne si pongono è incompleta, non si tratta davvero di scegliere tra restare o partire. Si tratta di interrogarsi sulle condizioni che rendono questa scelta possibile, o impossibile. Perché finché restare significherà rinuncia e partire significherà perdita, la libertà resterà un privilegio, non un diritto.
Per le donne dei territori marginali, esistere pienamente è una conquista quotidiana, un equilibrio fragile tra fedeltà e trasformazione, tra memoria e desiderio. E in questo equilibrio si gioca qualcosa che riguarda tutte, la possibilità di non essere definite dal luogo da cui si proviene, ma di avere, finalmente, il potere di scegliere chi diventare.

