Dal caso Matilde Siracusano alla violenza digitale globale: il corpo femminile diventa materiale manipolabile, mentre il consenso rischia di essere relegato a un dettaglio.
Ci sono immagini che non raccontano ciò che è accaduto, ma ciò che qualcuno ha deciso che dovesse apparire accaduto. Ci sono corpi che, pur appartenendo a donne reali, vengono trasformati in superfici sulle quali altri esercitano un potere che non è stato loro concesso.
Il caso che ha coinvolto la sottosegretaria Matilde Siracusano, ritratta in una fotografia manipolata con l’intelligenza artificiale e pubblicata da Roberto Vannacci, riporta al centro una questione che non può essere circoscritta alla polemica politica né liquidata come una provocazione destinata a esaurirsi nel ciclo breve delle notizie. Siracusano ha dichiarato di essere stata «spogliata per propaganda», contestando la diffusione dell’immagine alterata. Vannacci ha sostenuto di averla ripresa da un blog.
Ma prima ancora delle dichiarazioni, delle appartenenze e delle successive spiegazioni, rimane un fatto da interrogare: una fotografia reale è stata modificata, il corpo di una donna è stato sessualizzato e quella rappresentazione è entrata nello spazio pubblico.
Non siamo davanti a una semplice alterazione estetica, ma siamo davanti alla possibilità, ormai accessibile, di attribuire a una persona un’immagine corporea che non ha scelto, un’esposizione che non ha autorizzato, una rappresentazione che può precedere e condizionare la percezione della sua stessa identità. Quando il soggetto è una donna che esercita un ruolo pubblico, la questione assume un’ulteriore dimensione: quella del rapporto tra visibilità femminile, autorevolezza e diritto a non essere ridotta al proprio corpo.
Il corpo delle donne è una questione che precede l’algoritmo. La tecnologia non ha inventato la sessualizzazione delle donne, ne ha modificato la velocità, la scala e gli strumenti.Per secoli il corpo femminile è stato rappresentato, interpretato, giudicato e disciplinato attraverso dispositivi culturali, artistici, sociali e politici. La novità contemporanea è che questa appropriazione può essere realizzata anche attraverso un comando impartito a un sistema di intelligenza artificiale.Non occorre più una fotografia compromettente, né che una donna abbia realmente posato in una determinata condizione, è sufficiente un’immagine pubblicamente reperibile, un software e la volontà di produrre una rappresentazione alternativa.
La persona non deve essere presente, non deve partecipare, non deve acconsentire. Il risultato, tuttavia, può raggiungerla nella sua vita reale, è qui che la manipolazione digitale incontra una questione antica: la separazione tra il corpo delle donne e la loro possibilità di determinarne autonomamente la rappresentazione.
La disponibilità tecnica di uno strumento non equivale alla legittimità del suo utilizzo e la pubblicazione di una fotografia sui social non costituisce un’autorizzazione a modificarla, sessualizzarla o trasformarla in un contenuto che la persona non ha mai prodotto. Il consenso non è una formalità da recuperare dopo la diffusione, è il confine che distingue la rappresentazione condivisa dall’appropriazione.
Non è un fenomeno italiano: la violenza digitale ha una geografia globale.Nel 2024, un’inchiesta di Wired ha individuato almeno cinquanta bot su Telegram che dichiaravano di poter generare immagini sessualizzate non consensuali, con oltre quattro milioni di utenti mensili complessivi secondo i dati esposti dagli stessi servizi.Non si trattava di laboratori clandestini riservati a specialisti informatici, erano strumenti accessibili, commercializzati e utilizzabili con pochi passaggi.
Nel febbraio 2026, UN Women ha dedicato un approfondimento alla diffusione delle immagini intime generate o manipolate senza consenso, descrivendo un fenomeno che colpisce in misura sproporzionata donne e ragazze. Il rapporto richiama una stima secondo cui, nel 2023, il 98% dei video deepfake individuati online era costituito da pornografia artificiale e il 99% delle persone rappresentate era di sesso femminile. Il dato non racconta soltanto una sproporzione statistica, interroga la direzione nella quale una parte dell’innovazione tecnologica viene utilizzata.
Quando gli strumenti capaci di generare immagini artificiali vengono impiegati prevalentemente per sessualizzare persone senza il loro consenso, la questione non riguarda più soltanto la condotta di singoli utenti. Coinvolge l’architettura delle piattaforme, i modelli economici che sostengono questi servizi, le responsabilità di chi li distribuisce e la capacità delle istituzioni di intervenire. Il problema non è che l’intelligenza artificiale sappia creare immagini, il problema è che possa diventare un mezzo attraverso cui sottrarre alle persone il controllo della propria immagine, lasciando a chi subisce il danno il compito di inseguire copie, segnalare contenuti e ricostruire la propria reputazione.
Quando la violenza attraversa lo schermo cosa accade?Nel dibattito pubblico, la violenza digitale viene talvolta confinata in una dimensione immateriale, quasi che ciò che accade online appartenga a una realtà meno concreta.Un’immagine manipolata può entrare nella quotidianità di una persona attraverso un messaggio ricevuto da un familiare, una telefonata, una notifica, uno screenshot inviato da qualcuno che chiede spiegazioni.
Può raggiungere il luogo di lavoro, le relazioni affettive, gli ambienti professionali, può generare paura, vergogna, isolamento e la necessità di giustificarsi per qualcosa che non si è mai fatto. La ricerca internazionale restituisce una misura di questa continuità tra dimensione digitale e vita materiale. Uno studio promosso da UN Women e realizzato con partner internazionali, su oltre 6.900 giornaliste, attiviste e difensore dei diritti umani in 119 Paesi, ha rilevato che il 41% delle partecipanti che avevano subito violenza digitale riferiva anche molestie o aggressioni offline collegate a tali esperienze.
Non significa che ogni immagine manipolata produca automaticamente un’aggressione fisica, significa, però, che la violenza online non può essere considerata estranea alle condizioni di sicurezza, libertà e partecipazione delle donne nella vita reale e c’è un’altra conseguenza, meno visibile ma altrettanto rilevante: l’autocensura.
Quando esporsi pubblicamente comporta il rischio di essere sessualizzate, derise, minacciate o rappresentate attraverso immagini false, la libertà di partecipare allo spazio pubblico può diventare formalmente garantita e concretamente più difficile da esercitare. La donna continua ad avere diritto di parola, ma può essere indotta a chiedersi quale prezzo dovrà pagare per utilizzarlo.
La sessualizzazione viene utilizzato come strumento di delegittimazione.Nel caso Siracusano, la dimensione politica non può essere ignorata, ma nemmeno utilizzata per oscurare quella di genere.Una donna che ricopre un incarico istituzionale è titolare di una funzione pubblica e può essere sottoposta a critica, contestazione e verifica del proprio operato. La critica politica riguarda le sue dichiarazioni, le decisioni, le responsabilità e gli atti, la manipolazione sessualizzata del suo corpo appartiene a un piano differente.Non aggiunge informazioni sull’attività istituzionale, interviene sulla sua rappresentazione personale.
È una distinzione essenziale, perché la possibilità di criticare una donna non coincide con la disponibilità del suo corpo come materiale di comunicazione. La questione riguarda anche il linguaggio con cui queste immagini vengono accolte e condivise. Quando l’attenzione si sposta dalla manipolazione al corpo rappresentato, quando la discussione diventa una valutazione dell’aspetto fisico o della presunta reazione della persona coinvolta, il contenuto continua a circolare all’interno della stessa cornice che lo ha prodotto.
La donna diventa nuovamente oggetto di osservazione, anche la curiosità può alimentare la diffusione, anche la condivisione accompagnata da indignazione può moltiplicare la visibilità di un contenuto lesivo.
La legge può intervenire, ma la responsabilità non si esaurisce nella norma. L’Italia ha introdotto, con la legge 23 settembre 2025, n. 132, il nuovo articolo 612-quater del codice penale, dedicato all’illecita diffusione di contenuti generati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale. La disposizione prevede la reclusione da uno a cinque anni per chi, cagionando un danno ingiusto, diffonde senza consenso immagini, video o voci falsificati o alterati con AI e idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità. Il reato è generalmente procedibile a querela della persona offesa, con specifiche eccezioni previste dalla norma. È un passaggio normativo importante da considerare nel dibattito sulla tutela dell’identità digitale, ma la presenza di una fattispecie penale non risolve automaticamente il problema della diffusione, della permanenza dei contenuti, della loro replicazione e delle difficoltà che una persona può incontrare nel chiedere protezione.
La tutela richiede anche procedure di segnalazione accessibili, tempestività delle piattaforme, conservazione delle prove, competenze investigative e sostegno a chi subisce la violazione. Soprattutto, richiede di non trasferire sulla vittima l’intero peso della rimozione e della ricostruzione della propria immagine, perché una fotografia può essere cancellata da una pagina e continuare a vivere altrove. Una donna può essere costretta a spiegare per mesi di non essere mai stata la persona che qualcuno ha costruito digitalmente al suo posto. C’è una dimensione profondamente umana in questa vicenda che rischia di perdersi tra dichiarazioni, commenti e contrapposizioni, è quella di una persona che apre il telefono e scopre che il proprio corpo è stato modificato da altri.
Non importa che sia una sottosegretaria, una giornalista, una studentessa, una lavoratrice o una donna che non ha mai avuto alcuna esposizione pubblica, non importa neppure che l’immagine sia tecnicamente riconoscibile come falsa da chi la osserva con attenzione. La violazione non consiste soltanto nel convincere il pubblico che quell’immagine sia autentica, consiste anche nell’aver prodotto e diffuso una rappresentazione sessualizzata senza il consenso della persona ritratta.
Il falso non rende immaginario il danno e forse è proprio qui che il dibattito sull’intelligenza artificiale deve incontrare quello sui diritti delle donne: non nella paura della tecnologia, ma nella necessità di stabilire quali libertà debbano rimanere indisponibili anche quando tutto sembra tecnicamente possibile. Una donna può essere fotografata, raccontata, criticata, interrogata sul proprio ruolo pubblico, ma la sua immagine non diventa proprietà collettiva per il solo fatto di essere visibile.
La libertà di espressione non cancella il diritto al consenso, l’innovazione non sospende la dignità. La notorietà non costituisce una rinuncia all’integrità della propria rappresentazione e mentre l’intelligenza artificiale impara a costruire immagini sempre più credibili, resta una responsabilità che non può essere delegata a un algoritmo: quella degli esseri umani che scelgono cosa creare, cosa pubblicare, cosa condividere e quale conseguenza lasciare sulle vite altrui.
Dietro ogni immagine manipolata c’è una persona reale e dietro ogni persona reale c’è un diritto che nessuna tecnologia dovrebbe rendere negoziabile.
