«Se avessi fame e fossi indifeso per strada, non chiederei un pane; chiederei mezzo pane e un libro».
Nel 1931, inaugurando una biblioteca nel suo paese natale, Federico García Lorca affidava a queste parole una delle più alte dichiarazioni d’amore per la cultura: il libro come nutrimento, libertà, possibilità.
È da qui che può cominciare il racconto della prima giornata del Festival dell’Editoria Calabrese, ideato e realizzato dall’associazione culturale Oltre nell’ambito della Settimana della Cultura promossa dal Comune di Rose, che ha preso forma il 12 settembre.
Una giornata attraversata dal ricordo di Paolo Gencarelli, uomo di cultura, libraio e animatore della vita associativa del paese, scomparso prematuramente, e dall’inaugurazione di una biblioteca all’aperto a lui dedicata, ma anche dal racconto di due libri e delle storie che custodiscono: Sono un arbëresh. Acquaformosa, terra di resistenza civile e incontro di popoli, di Giovanni Manoccio e Francesco Donnici, e Il tempo del male, di Santo Gioffrè.
«È difficile ricordare il compianto Paolo. Amava i libri, la cultura e la comunità. Ci ha lasciati troppo presto, ma è stato il motore di diverse associazioni», ha esordito il Sindaco di Rose Roberto Barbieri, invitato a prendere la parola dal moderatore, Antonio Canino, delegato alla Cultura, richiamando anche l’impegno che Gencarelli aveva assunto nell’amministrazione comunale, attraverso le deleghe affidategli per la valorizzazione della vita cittadina e la promozione di scrittori, poeti e artisti del territorio.
Il ricordo è poi passato alle associazioni che con Paolo hanno condiviso idee, progetti e percorsi. Federica Bria, per la Consulta Giovanile, ha spiegato il significato della biblioteca: uno spazio libero, aperto a tutti, dove i libri possano circolare e la sua memoria continuare a vivere. «Paolo non teneva le cose per sé. Quando qualcosa lo coinvolgeva, sentiva il bisogno di condividerla. Chi lo ha conosciuto conserva un suo consiglio, un ricordo, un pezzo della sua presenza», ha affermato.
«Ricordarlo in questo contesto non è un caso. Paolo amava questa manifestazione e, anche se il Festival dell’Editoria Calabrese è nato dopo, sicuramente gli sarebbe piaciuto», ha aggiunto Corinne Bria, presidente dell’associazione nata su impulso del compianto, L’Orizzonte, ideatrice del Premio Letterario Paolo Gencarelli, che sarà bandito anche quest’anno.
Mentre per il Circolo degli Incauti è intervenuto Attilio Sebastiano Palermo che ne ha restituito il ritratto di un uomo mite e autentico, capace di vivere pienamente il proprio tempo e le proprie relazioni, lontano dalle polemiche e sempre presente nella comunità, con una discrezione che non gli ha impedito di lasciare un segno profondo.

Il Festival: difendere il libro, sostenere l’editoria calabrese
Concluso il momento dedicato alla memoria, il Festival dell’Editoria Calabrese è entrato nel vivo con l’intervento di Franco Capalbo, vicepresidente dell’associazione Oltre, che ha richiamato il valore delle piccole case editrici regionali, «custodi di saperi, tradizioni, storie e culture» e preziose per la valorizzazione degli autori del territorio.
«Cos’è un libro? Pagine, inchiostro, una copertina, un codice ISBN, una fattura da pagare per chi lo produce, certo. Ma soprattutto memoria, identità, immaginazione. I libri sono macchine del tempo, ci permettono di essere qui e altrove nello stesso momento. E sono anche strumenti di resistenza». Da qui la domanda sul futuro dell’editoria regionale: «Vogliamo limitarci a farla sopravvivere o creare le condizioni affinché possa crescere?». Per Capalbo, la risposta passa dalla costruzione di una rete e da un confronto costante tra scuole, istituzioni, associazioni e comunità.
Giovanni Manoccio, una vita di battaglie e la resistenza di un paese
Il primo libro presentato è stato Sono un arbëresh, di Giovanni Manoccio e Francesco Donnici, pubblicato da IOD Edizioni. A dialogare con gli autori, Paolo Caputo, ricercatore UniCal, e Maria Rosa Vuono, assistente sociale e collaboratrice SAI Cerzeto.
Il volume racconta la storia di Manoccio, già sindaco di Acquaformosa, piccolo borgo arbëresh della provincia di Cosenza, e le battaglie che hanno segnato la sua esperienza amministrativa e civile: dalla difesa della scuola fino alla scelta dell’accoglienza come risposta concreta alla desertificazione demografica dei piccoli comuni. Un percorso legato soprattutto all’esperienza dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo, da lui presieduta e impegnata nell’accoglienza e nell’integrazione dei migranti attraverso diversi progetti SAI in Calabria.
Tra le sue prime battaglie si ricorda quella del 2008: di fronte al rischio di chiusura dei plessi scolastici con un numero insufficiente di iscritti, Manoccio ebbe l’intuizione di iscrivervi gli anziani del paese. Una vicenda diventata il simbolo di una battaglia più ampia contro lo spopolamento. «Ogni anno il paese perdeva abitanti tra decessi e partenze, mentre nascevano appena quattro o cinque bambini». Da qui la scelta dell’accoglienza: «Ad Acquaformosa è passato il mondo e si è generata una nuova forma di economia sociale, una nuova strategia, un’altra società, che è possibile proprio perché è stata sperimentata».
E poi la riflessione politica «Se vogliamo affrontare seriamente il tema dobbiamo avere il coraggio di abolire la legge Bossi-Fini, il click day, rendere l’accoglienza pubblica e conferire ai sindaci questo ruolo».
Il titolo del libro nasce da una frase pronunciata da un bambino, ha spiegato il giornalista Francesco Donnici. «È Giovannino, al quale viene chiesto da dove provenga, a rispondere: “io sono un arbëresh di Acquaformosa”. Abbiamo optato per il titolo “sono un arbëresh”, senza quel “io” che avrebbe reso l’espressione più individuale, perchè vogliamo che tale espressione possa appartenere anche a chi arbëresh non è».

“Il tempo del male” e la storia di una terra lacerata
La seconda presentazione ha avuto come protagonista Santo Gioffrè, medico e scrittore, già commissario dell’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria e autore, tra gli altri, di Tutto pagato! Il saccheggio della sanità calabrese raccontato da chi l’ha scoperto, presentato lo scorso anno anche a Rose proprio durante la Settimana della Cultura.
Questa volta Gioffrè ha portato al Festival Il tempo del male, pubblicato da Castelvecchi.
Il protagonista è Gesualdo, un medico che da tempo ha lasciato la Calabria e con essa un passato che credeva ormai lontano. Un articolo di cronaca riapre improvvisamente una ferita: tra le righe compare il nome di Leo D’Amantea, l’uomo che anni prima aveva ucciso l’amico Enzo Capoferro sulle scale dell’università di Messina. Da quel momento il passato torna a occupare il presente. Riappaiono le lotte studentesche, l’amore tra Enzo e Giulia, le tensioni politiche e sociali di una generazione e soprattutto una violenza che non ha mai smesso davvero di produrre conseguenze. Il romanzo attraversa così circa quarant’anni di storia italiana, dalla militanza politica degli anni Settanta alle faide calabresi, fino alla dimensione più intima di un uomo costretto a confrontarsi con ciò che credeva di aver dimenticato.
Nel suo intervento, Gioffrè è partito proprio dal termine libro: «Viene da “liber”, che ha a che fare con la libertà. Il libro ci riscatta dall’ignoranza, ormai padrona del nostro tempo».
E poi l’intensa riflessione sulla Calabria, sulle sue ferite, contraddizioni e sconfitte: dal piano sanitario di rientro definito «un meccanismo che tiene la nostra terra ancorata a una situazione di servitù perpetua», all’autonomia differenziata descritta come una «macelleria sociale».
«La Calabria non ha una sanità organizzata dalla prevenzione alla riabilitazione: dalle cure al ricovero, dalle terapie alla possibilità di accedere alle strutture. Questa è una delle cause della nostra debolezza. Siamo stati usati come un esperimento da quelle regioni dove inevitabilmente si deve produrre di più e vivere meglio».
La vicenda di Gesualdo torna a intrecciarsi con la violenza delle faide e le conseguenze sulle comunità calabresi: non soltanto vittime e lutti, ma intere comunità trasformate, territori lacerati, paesi progressivamente svuotati. Nel romanzo, il dramma passa anche attraverso le figure femminili e attraverso la memoria di chi ha assistito alla violenza e ne ha portato il peso per decenni. Perché ciò che viene sepolto non sempre smette di vivere. A volte torna a chiedere conto del passato. È, nelle parole di Gioffrè, «il tempo della sconfitta».
Tre storie diverse, quelle attraversate durante la prima giornata del Festival dell’Editoria Calabrese, eppure una stessa matrice: la cultura è una necessità. È ciò che evocano le parole di Lorca, quando al pane affianca la richiesta di un libro: perché l’uomo ha fame non soltanto di ciò che nutre il corpo, ma anche di ciò che dà forma al pensiero e apre alla possibilità. E così un libro, prima ancora di raccontare il mondo, diventa il luogo in cui imparare a comprenderlo, a interrogarlo e, forse, a immaginarne uno diverso.
Elvira Sangineto
