45 anni dopo Franca Viola: il “no” delle donne continua a essere un atto di libertà

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Il 5 agosto 1981 l’Italia cancellava il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. Quarantacinque anni dopo, la domanda è inevitabile: quanto di quella cultura è davvero scomparso?

Il 5 agosto 1981 il Parlamento italiano abrogava due norme che oggi sembrano appartenere a un passato remoto, quasi inconcepibile: il delitto d’onore e il matrimonio riparatore.

Con la legge n. 442 venivano cancellati dal Codice penale due dispositivi giuridici che raccontavano con chiarezza il posto assegnato alle donne nella società italiana: non soggetti pienamente autonomi, ma custodi dell’onore familiare; non persone titolari di desideri e diritti, ma corpi sui quali si esercitavano il potere, il controllo e la reputazione degli uomini.

Il delitto d’onore prevedeva una pena attenuata per chi uccideva una moglie, una figlia o una sorella in seguito a quella che veniva considerata un’offesa all’onore proprio o della famiglia.

Il matrimonio riparatore, invece, consentiva all’autore di una violenza sessuale di evitare la condanna sposando la donna che aveva violentato.

La violenza poteva essere “riparata”.

Non attraverso la giustizia, non attraverso il riconoscimento del trauma, non restituendo libertà e dignità alla vittima, ma trasformando il suo aggressore in marito.

La legge non proteggeva davvero la donna, proteggeva l’ordine sociale, proteggeva la famiglia, proteggeva l’onore maschile.

E soprattutto proteggeva l’idea che la sessualità femminile non appartenesse alle donne.

Il “no” di Franca Viola perché ha creato scalpore? Prima che il Parlamento cambiasse la legge, una giovane donna siciliana aveva già messo in discussione l’intero sistema.

Franca Viola aveva diciassette anni quando, nel 1965, fu rapita e sottoposta a violenza da Filippo Melodia, un uomo al quale era stata promessa e che lei aveva scelto di non sposare.

In quel contesto, il matrimonio appariva come l’esito previsto, non perché Franca lo desiderasse, non perché potesse cancellare ciò che aveva subito, ma perché, secondo la cultura dominante, una donna violata aveva perduto il proprio “onore” e il matrimonio con il suo aggressore avrebbe dovuto restituirle rispettabilità.

Franca Viola disse no. Un gesto che oggi potrebbe sembrare naturale, quasi scontato, allora rappresentò una frattura profonda.

Perché quel rifiuto non riguardava soltanto un matrimonio, era un rifiuto della vergogna imposta, era il rifiuto di essere considerata responsabile della violenza subita, era il rifiuto di accettare che il suo futuro fosse deciso dalla comunità, dalla famiglia, dalla tradizione o dall’uomo che l’aveva aggredita.

Il suo “no” diventò una scelta politica prima ancora che la politica fosse pronta a riconoscerla.

E fu possibile anche grazie al sostegno della sua famiglia, che non la costrinse a sacrificare la propria libertà per salvare le apparenze.

Le leggi cambiano. La cultura molto più lentamente.

Quarantacinque anni dopo l’abrogazione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore, sarebbe rassicurante pensare che quella cultura sia stata definitivamente superata.

Ma le leggi possono cambiare in una data precisa.

La cultura, invece, continua a vivere nelle parole, nelle abitudini, nei pregiudizi e nelle domande che scegliamo di porre.

Oggi nessuno può più sostenere legalmente che una donna debba sposare il proprio aggressore.

Eppure, quando una donna racconta una violenza, spesso l’attenzione si sposta ancora su di lei.

Perché era lì?

Come era vestita?

Perché lo ha incontrato?

Perché non è andata via?

Perché non ha denunciato subito?

Sono domande che sembrano cercare spiegazioni, ma troppo spesso finiscono per cercare responsabilità nella persona sbagliata.

Il problema non è soltanto ciò che viene chiesto, è ciò che quelle domande sottintendono: che una donna avrebbe potuto evitare la violenza comportandosi diversamente; che la sua libertà debba essere sottoposta a verifica; che il suo comportamento possa diventare una misura della sua credibilità.

La cultura dell’onore non è scomparsa, ha cambiato linguaggio.

Non parla più apertamente di “disonore”, ma continua a giudicare le donne in base alla loro vita sessuale, alle relazioni che scelgono, al modo in cui si vestono, alla libertà con cui abitano lo spazio pubblico e digitale.

Non impone più il matrimonio riparatore, ma può ancora chiedere alle donne di restare, perdonare, comprendere, sopportare.

“Fallo per i figli.”

“Non distruggere la famiglia.”

“Vedrai che cambierà.”

“È solo geloso perché ti ama.”

Frasi apparentemente private che, in realtà, raccontano una cultura collettiva: quella che chiede alle donne di preservare le relazioni anche quando il prezzo è la loro libertà, la loro sicurezza o la loro vita.

Dal delitto d’onore alla violenza che pretende possesso. Il delitto d’onore è stato cancellato dal Codice penale, ma l’idea che una donna possa essere punita per aver scelto di andarsene continua a emergere nelle cronache.

Molti femminicidi avvengono dopo una separazione o quando una donna prova a sottrarsi a una relazione.

Non perché l’amore sia finito, ma perché il possesso viene scambiato per amore.

Perché l’autonomia femminile viene vissuta come un’umiliazione, perché il rifiuto viene interpretato come un’offesa.

Il punto, allora, non è soltanto la violenza estrema, è ciò che la precede e la rende possibile: il controllo del telefono, l’isolamento dalle amicizie, la sorveglianza, la gelosia costante, il ricatto emotivo, la pretesa di sapere dove una donna sia e con chi.

Sono comportamenti che ancora oggi vengono talvolta raccontati come prove di interesse, passione o coinvolgimento.

Ma l’amore non controlla, non sorveglia, non punisce, non pretende obbedienza e soprattutto non considera la libertà dell’altra persona una minaccia.

Il “no” non è una negoziazione. La storia di Franca Viola continua a essere attuale perché ci ricorda una verità che ancora fatichiamo a rendere pienamente collettiva: il “no” di una donna non è un invito a insistere.

Non è una sfida.

Non è una provocazione.

Non è un’offesa.

Non è una richiesta di essere convinta.

È una scelta.

Eppure, ancora oggi, molte donne devono spiegare il proprio rifiuto, giustificarlo, addolcirlo, renderlo meno netto per non essere considerate fredde, arroganti, ingrate.

Alle donne viene spesso insegnato a non ferire, agli uomini troppo raramente viene insegnato ad accettare un rifiuto.

È anche qui che la storia di Franca Viola incontra il presente. Il suo “no” non fu importante soltanto perché rifiutò un matrimonio.

Fu importante perché affermò che la volontà di una donna non può essere superata dalla tradizione, dalla reputazione, dalla famiglia o dalla violenza.

Non basta cambiare le leggi. Il 5 agosto 1981 rappresenta una conquista fondamentale.

Ma nessuna legge, da sola, può eliminare la cultura che ha reso necessaria quella legge.

Per cambiare davvero servono educazione affettiva e sessuale, serve educazione al consenso.

Serve insegnare che il corpo non è un territorio da conquistare e che una relazione non attribuisce alcun diritto di possesso.

Servono strumenti economici e sociali che permettano alle donne di allontanarsi dalla violenza.

Servono istituzioni capaci di ascoltare senza giudicare.

Servono centri antiviolenza sostenuti in modo stabile.

Serve un linguaggio che non attenui la responsabilità di chi agisce violenza.

Ma, soprattutto, serve una trasformazione culturale che coinvolga tutti, perché la violenza di genere non è una questione privata.

È una questione politica.

È una questione sociale.

È una questione di potere.

Franca Viola non è una storia conclusa. Ricordare Franca Viola non significa collocarla in un passato rassicurante e ripetere che “da allora abbiamo fatto molta strada”.

Significa chiederci quanta strada resta ancora da percorrere.

Significa riconoscere che una legge può essere abrogata, mentre la mentalità che l’ha prodotta può continuare a sopravvivere sotto altre forme.

Oggi non parliamo più di matrimonio riparatore.

Ma continuiamo, talvolta, a chiedere alle donne di riparare le conseguenze della violenza: restando in silenzio, salvando la famiglia, proteggendo la reputazione degli uomini, dimostrando di essere vittime “credibili”.

Oggi non esiste più il delitto d’onore.

Ma esiste ancora l’idea che una donna che lascia, rifiuta o sceglie per sé possa aver provocato la rabbia di un uomo.

Ed è proprio questa idea che dobbiamo continuare a smantellare.

Il 5 agosto 1981 l’Italia ha cancellato due norme ingiuste.

Il compito di oggi è cancellare ciò che di quelle norme continua a vivere nella cultura.

Perché una donna non deve essere “riparata”.

Non deve essere restituita all’onore di una famiglia.

Non deve essere punita per la propria libertà.

Non deve giustificare il proprio rifiuto.

Deve poter dire no senza paura.

E deve poter vivere quel no senza pagarne il prezzo.

Quarantacinque anni dopo, l’eredità di Franca Viola non è soltanto una pagina di storia. È una domanda rivolta al presente: siamo davvero pronti a riconoscere la libertà delle donne senza condizioni?