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Yara: l’autore delle scritte ha un’identità

Gli investigatori impegnati nella risoluzione del caso “Yara Gambirasio”, la ragazza uccisa la sera del 26 Novembre 2010 a Brembate di Sopra, non sono al punto di svolta. L’ultima pista seguita, la scritta “da qui è passato l’assassinio di Yara” trovata su un quaderno di preghiere della Cappellina ospedaliera di Rho, ha solamente dato modo di introdurre nelle cronache giudiziarie un nuovo personaggio. Il suo nome è Domenico De Simone, sessantenne originario di Longobucco, autore dei messaggi (firmati “Mario) che teoricamente avrebbero potuto aiutare la giustizia a trovare un assassino.

L’uomo, interrogato dagli inquirenti, ha comunque cercato di dare il suo contributo. Ha specificato di non essere lui il colpevole dell’omicidio della ragazza, consigliando agli investigatori di considerare il Pronto Soccorso di Ponte San Pietro, dove pare abbia sentito due donne parlare di un braccialetto perso da Yara. Al momento nessuno gli crede, neanche gli avvocati della famiglia Gambirasio e “Mario” viene descritto come una persona confusa, un mitomane.

Il suo passato giudiziario però non è rispettabile. Nel 1989 fu arrestato per associazione a delinquere e qualche anno più tardi gli vennero contestati i reati di furto, rapina e spaccio. Collaborò con la giustizia per un’ indagine legata al traffico di stupefacenti e nel 2000 si incatenò  per protesta al Municipio di Bergamo perché aveva perso ogni protezione giuridica.

L’aspetto più umiliante del caso di Yara è il cannibalismo mediatico. Pur di raccontare un fatto di cronaca nera, di cui il popolo italiano è ghiotto, si specula e si invade il dolore intimo di una famiglia. Anche se non ci sono notizie rilevanti, nuovi indizi, un manipolo di giornalai non perde l’occasione per sbraiatare sulla disgrazia, per avventurarsi in stupide ricostruzioni criminali e psicologiche. Non si fa più giornalismo, ma si spettacolarizza impunemente ogni lacrima, ogni pianto o speranza al solo scopo di fare audience, alzare lo share e ricavare grosse somme dalla pubblicità. In Italia siamo purtroppo abituati ai plastici di Vespa, al finto dispiacere costruito sul volto di Barbara D’Urso e non abbiamo ancora chiesto scusa.

Alessandro Bergonzoni chiedeva che tutti quei giornalisti irrispettosi verso la morte, camminassero con il cartello “nuoce gravemente alla salute”. Difficile non condividere il suo pensiero.

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