Il corpo di Ariana Grande non è una notizia. O forse sì? Quando la preoccupazione diventa controllo, e quando il silenzio rischia di diventare complicità
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel modo in cui guardiamo il corpo delle donne.
Diciamo di aver imparato a non giudicarlo.
Abbiamo parlato di body positivity, di accettazione, di libertà, di autodeterminazione. Abbiamo contestato gli standard estetici e denunciato la violenza di uno sguardo che pretende di stabilire quale corpo sia desiderabile, sano, femminile, appropriato.
Eppure basta che il corpo di una donna cambi perché torniamo a osservarlo, misurarlo, interpretarlo.
È quello che sta accadendo in questi giorni intorno ad Ariana Grande.
La pubblicazione del nuovo progetto musicale Petal e, in particolare, del video che lo accompagna hanno riacceso una discussione già presente da tempo sulla sua estrema magrezza. I social hanno cominciato a interrogarsi sulle sue condizioni di salute, mentre alcune testate hanno trasformato quella stessa domanda in un tema giornalistico più ampio: fino a che punto è legittimo parlare del corpo di una persona pubblica?
La questione, però, è molto più complessa di quanto possa sembrare.
Ariana Grande, prima ancora di essere un corpo, è una persona
Una delle prime cose che sarebbe necessario ricordare è anche la più semplice: noi non conosciamo la storia clinica di Ariana Grande.
Non sappiamo che cosa accada realmente nella sua vita privata. Non possiamo diagnosticare un disturbo alimentare attraverso una fotografia, un videoclip o un’apparizione televisiva. Non possiamo trasformare la percezione di un corpo in una diagnosi.
E questo limite non dovrebbe essere considerato un ostacolo alla discussione: dovrebbe esserne il punto di partenza.
L’Associated Press ha raccontato la vicenda proprio come una discussione sui corpi femminili e sugli standard di bellezza, sottolineando come il nuovo video abbia riacceso commenti sulla magrezza della cantante.
Il Wall Street Journal, affrontando il tema dal punto di vista della salute e chiedendo il parere di esperti, ricorda un elemento fondamentale: Grande non ha dichiarato pubblicamente di avere un disturbo alimentare e già nel 2023 aveva chiesto alle persone di smettere di commentare il suo corpo.
Sono due informazioni importanti perché ci riportano a una distinzione spesso dimenticata:
preoccuparsi per una persona non significa conoscere quella persona.
E soprattutto, preoccuparsi non autorizza automaticamente a parlare al suo posto.
Ma allora dovremmo tacere? Qui la questione diventa davvero interessante.
Il Guardian ha scelto di non liquidare il problema con il semplice invito a “non commentare il corpo delle donne”. Il suo approfondimento si interroga esplicitamente sulla possibilità stessa di parlare del corpo di Ariana Grande, mettendo in evidenza la contraddizione: da una parte la cultura della sorveglianza sul corpo femminile può essere dannosa; dall’altra, i disturbi alimentari sono problemi reali e il silenzio non può diventare una forma di invisibilità.
È un punto fondamentale.
Perché esiste un rischio anche nell’altra direzione: trasformare il principio “non commentiamo il corpo delle donne” in una formula talmente rigida da impedirci di parlare delle pressioni culturali che quei corpi subiscono.
Il problema, quindi, non è semplicemente parlare o non parlare.
È come parliamo.
Possiamo parlare della cultura della magrezza senza diagnosticare Ariana Grande.
Possiamo parlare dell’ossessione contemporanea per il corpo femminile senza stabilire se il suo corpo sia sano.
Possiamo discutere dei disturbi alimentari senza trasformare una persona reale nel caso clinico di una discussione collettiva.
Possiamo preoccuparci senza appropriarci della sua storia.
Quando la preoccupazione assomiglia troppo al giudizio
C’è poi un’altra zona grigia, forse la più difficile.
Una parte dei commenti nasce apparentemente dalla preoccupazione.
“Mi preoccupa.”
“Vorrei che stesse bene.”
“Qualcuno dovrebbe aiutarla.”
Sono frasi che possono nascere da autentica empatia.
Ma la domanda è: dove finisce la preoccupazione e dove ricomincia il controllo?
Perché anche una frase pronunciata con le migliori intenzioni può riportare il corpo di una donna al centro dello sguardo collettivo.
E c’è una differenza sostanziale tra dire:
«“Questa vicenda mi fa riflettere sulla pressione estetica esercitata sulle donne”»
e dire:
«“Ariana Grande è troppo magra e dovrebbe fare qualcosa.”»
Nel primo caso parliamo di una società.
Nel secondo, pretendiamo di sapere qualcosa della vita di una persona che non conosciamo.
È questa distinzione che rischiamo di perdere nell’epoca dei social: la possibilità di trasformare un’immagine in una presunta verità.
E poi c’è il paradosso della donna famosa
Ariana Grande è una celebrità.
Il suo corpo è esposto, fotografato, filmato, venduto attraverso immagini, videoclip, concerti e copertine. Potremmo dunque pensare che, scegliendo una vita pubblica, abbia implicitamente accettato lo sguardo degli altri.
Ma è davvero così?
Essere una persona pubblica significa rinunciare alla propria privacy?
Essere fotografata significa che il proprio corpo diventa proprietà dell’opinione pubblica?
Essere famosa significa accettare che ogni cambiamento fisico possa diventare una notizia?
La risposta dovrebbe essere no.
Eppure la macchina mediatica funziona proprio attraverso questa trasformazione: una persona diventa immagine, l’immagine diventa contenuto, il contenuto diventa discussione, la discussione diventa consumo.
E il corpo femminile, da sempre, è uno dei contenuti più facilmente consumabili.
La cosa più inquietante non è Ariana Grande
Forse il punto più importante di tutta questa vicenda è proprio questo.
Ariana Grande è soltanto il volto più famoso di una dinamica che riguarda milioni di donne.
Perché ogni giorno, lontano dalle telecamere, accade qualcosa di simile.
Una donna dimagrisce e qualcuno le chiede se sta bene.
Una donna ingrassa e qualcuno le chiede se “si è lasciata andare”.
Una donna cambia taglia e qualcuno cerca una spiegazione.
Una donna invecchia e qualcuno le consiglia di “curarsi di più”.
Una donna non si trucca e viene definita trasandata.
Una donna si trucca molto e viene accusata di voler attirare l’attenzione.
Una donna mostra il proprio corpo e viene giudicata.
Una donna lo nasconde e viene comunque giudicata.
Cambiano le parole, ma rimane una costante:
il corpo della donna sembra appartenere sempre un po’ anche agli altri.
La fragilità della body positivity
Ed è qui che questa storia ci costringe a fare un passo ulteriore.
Per anni abbiamo detto alle donne:
“Ama il tuo corpo.”
È stato un messaggio necessario.
Ma forse oggi dobbiamo aggiungerne un altro:
“Il tuo corpo non deve essere amato dagli altri per essere rispettato.”
E nemmeno deve essere necessariamente celebrato.
Una donna non deve dimostrare di amare ogni centimetro di sé.
Non deve trasformare il proprio corpo in una dichiarazione politica.
Non deve essere magra per essere bella.
Non deve essere curvy per essere liberata.
Non deve essere body positive.
Può semplicemente essere.
E soprattutto può non dover spiegare il proprio corpo.
La vera domanda non è: “Ariana Grande sta bene?”
Questa è una domanda alla quale, dall’esterno, non possiamo rispondere.
La domanda che possiamo porci è un’altra:
Perché abbiamo così bisogno di sapere?
Perché il corpo di una donna famosa ci appare come qualcosa su cui abbiamo diritto di intervenire?
Perché davanti a un cambiamento fisico sentiamo immediatamente la necessità di trovare una causa?
Perché continuiamo a considerare il corpo femminile una sorta di documento pubblico sul quale ognuno può annotare la propria opinione?
E ancora:
si può avere compassione senza trasformare la compassione in invasione?
Probabilmente è questa la parte più difficile.
Non dobbiamo scegliere tra il silenzio e il giudizio
La vicenda Ariana Grande ci mette davanti a una falsa alternativa.
Come se avessimo soltanto due possibilità:
tacere completamente oppure commentare il suo corpo.
Non è così.
Esiste una terza possibilità.
Possiamo spostare lo sguardo.
Dal corpo alla cultura.
Dalla singola donna al sistema.
Dalla diagnosi alla riflessione.
Dalla curiosità alla consapevolezza.
Possiamo chiederci perché, in un momento storico nel quale proclamiamo di voler liberare le donne dagli standard estetici, la magrezza estrema sembri tornare a occupare uno spazio così potente nell’immaginario collettivo.
Il Guardian ha collegato proprio questa vicenda alla riemersione di una cultura digitale ossessionata dalla magrezza e alla diffusione di contenuti pro-anoressia, sottolineando quanto sia difficile trovare un equilibrio tra il non alimentare lo scrutinio sui corpi e il non rendere invisibile il problema dei disturbi alimentari.
Ed è forse qui che la discussione smette definitivamente di essere gossip.
Una donna non è il suo corpo
Forse è questa la frase che dovremmo portare fuori da questa vicenda.
Non sappiamo se Ariana Grande sia fragile.
Non sappiamo se sia malata.
Non sappiamo quale rapporto abbia oggi con il proprio corpo.
Non sappiamo che cosa accada nella sua vita quando le telecamere si spengono.
E non abbiamo bisogno di saperlo per riconoscere che la pressione esercitata sui corpi delle donne è reale.
Possiamo dunque smettere di chiederci se Ariana Grande sia abbastanza magra, troppo magra, sana, malata, bella, cambiata.
E cominciare a chiederci perché continuiamo a pensare che queste siano domande alle quali abbiamo il diritto di ottenere una risposta.
Forse la libertà del corpo femminile comincia proprio qui:
non quando impariamo a considerarlo bello,
ma quando impariamo a considerarlo non nostro.
Perché il corpo di una donna non è un’opinione.
Non è una diagnosi.
Non è una notizia.
E, soprattutto, non è uno spazio pubblico.
È casa sua.
