Simone Liberati è uno dei volti più interessanti della televisione italiana degli ultimi anni. Nato a Roma, ma profondamente legato a Torano Castello (Cs), paese di origine materna, è riuscito a distinguersi per l’intensità e la capacità di dare vita a personaggi complessi, spesso interiormente tormentati.
Dopo il debutto come protagonista nel film Cuori puri, che gli è valso il Nastro d’Argento come miglior attore rivelazione, Liberati ha attraversato generi e registri diversi, confermando la sua versatilità: da La profezia dell’armadillo a L’amore a domicilio fino al più recente Chiamami ancora amore, e tanti altri.
Oggi è tra i protagonisti di Doppio gioco, la nuova serie di Canale 5, un thriller articolato in quattro puntate che unisce tensione, ambiguità e sentimento. La storia ruota attorno a Daria Giraldi – interpretata da Alessandra Mastronardi -, un’ex giocatrice di poker, coinvolta dai servizi segreti in una pericolosa missione d’infiltrazione per smascherare Gemini, esponente della criminalità internazionale, impersonato da Marx Tortora. A guidarla in questo rischioso incarico, Ettore Napoli, maggiore della Guardia di Finanza, il cui volto è quello di Simone Liberati.
Poche ore dopo la messa in onda della prima puntata, trasmessa martedì 27 maggio, l’attore romano ha rilasciato un’intervista in esclusiva ai microfoni di ottoetrenta.it, raccontando il percorso che lo ha condotto fino a questo ruolo, i personaggi che lo hanno segnato nel corso della carriera e il legame profondo con le sue origini calabresi.

Partiamo dal tuo esordio: qual è la “prima volta che non si scorda mai”?
«Senza dubbio Cuori Puri, il mio primo film da protagonista. Era ambientato nella periferia romana, in particolare a Tor Sapienza, e quel quartiere mi è entrato dentro. Non solo per l’intensità delle riprese – fatte in estate, con il caldo e pochi mezzi – ma per il rapporto che ho costruito con gli abitanti. Ci portavano bibite fresche, ci aiutavano, mi sono sentito accolto.
Era un’opera prima e, come tutte le opere prime, ha fatto fatica ad essere prodotta. Il budget era limitato e la troupe ridotta, perciò veniva spesso rimandato. Ma questo mi ha permesso di vivere ogni giorno quel territorio, e tutta l’umanità assorbita si è concretizzata nel personaggio che ho interpretato.»
Nel corso degli anni, hai interpretato ruoli molto diversi. C’è un personaggio che ti ha lasciato un segno profondo?
«Tutti i ruoli che ho interpretato mi hanno arricchito in modo diverso. Ognuno di loro l’ho costruito su misura, cucito addosso. Dopo Cuori puri, è arrivato La profezia dell’armadillo, per il quale è stato necessario un approccio completamente diverso. Ciò mi ha permesso di lavorare con delle competenze maggiori per il film L’amore a domicilio, al fianco di Miriam Leone. È stato tutto un lavoro in continua evoluzione.»
I tuoi personaggi vivono spesso forti tensioni interiori. È una tua scelta cercare ruoli così complessi? Cosa ti fa dire sì a un copione?
«Senza dubbio mi accende la sfida, la possibilità di raccontare qualcosa di autentico. Quando leggo un copione, cerco prima di tutto di capire la persona dietro il personaggio, l’anima, l’emotività. A volte mi arrivano proposte precise, altre volte i progetti semplicemente capitano.»
Gli abitanti di Torano Castello ti sostengono, ti seguono, ti celebrano con orgoglio. Che effetto ti fa sentire un’intera comunità così profondamente legata al tuo percorso?
«È qualcosa che va oltre l’affetto: è appartenenza. Non sono nato lì, ma Torano Castello è parte di me, della mia identità. Senza queste radici, il mio percorso sarebbe stato molto diverso. Non c’è cosa più bella di ricevere l’abbraccio dell’intera comunità toranese, della quale mi sento parte integrante. A loro rivolgo un ringraziamento sentito.»
Proprio l’anno scorso sei stato a Torano Castello per la prima tappa di un progetto dedicato alla poesia che stai portando in giro per l’Italia. Di cosa si tratta?
«L’idea consiste nel celebrare la poesia nei luoghi periferici, lontani dai grandi centri culturali. In quelle zone d’Italia dove esistono ancora piazze, bar, parrocchie, vicoli, luoghi che conservano forme di socialità autentiche. Spesso l’atteggiamento dei promotori culturali è quello di catalizzare tutto nelle grandi città. Poichè solo poche persone hanno la possibilità di accedere a determinati eventi, si perde una grande fetta di pubblico. Per tale motivo, ho deciso di portare un piccolo ritaglio culturale in quei luoghi che vengono evitati dalle distribuzioni. Con il mio amico toranese Massimo Eugiorgio abbiamo ideato il Bar…Atto, trasformando il suo bar in un palcoscenico dove leggere poesie italiane contemporanee. È stato un evento esclusivo e partecipato. L’idea ha funzionato: Massimo, proprietario del bar Manhattan a Torano Castello, porta avanti le edizioni del Bar…Atto, ormai diventato un centro di aggregazione culturale, uno scambio di idee, sogni e progetti.»
Parlavi di luoghi periferici, quasi emarginati. A proposito, la caratteristica dell’emarginazione è una dinamica che ritorna spesso nei tuoi personaggi.
«Credo che l’emarginazione non sia solo geografica e sociale, derivata del posto in cui si vive. Essa può caratterizzare anche personaggi borghesi. Per esempio, in L’amore a domicilio, interpretavo un assicuratore romano, non un uomo di periferia nè un borgataro di formazione. Eppure a suo modo era isolato: si autoescludeva dal coinvolgimento sentimentale e amoroso. Era uno che aveva deciso di vivere privandosi dell’amore. Anche questa è una forma di emarginazione.»

Parliamo della serie Doppio gioco. Chi è Ettore Napoli, il tuo personaggio?
«È un uomo che vive nella zona grigia, abituato all’ambiguità. I funzionari come lui vengono definiti “uomini d’ombra”. E proprio da quell’ombra emerge il suo lato umano, soprattutto quando incontra Daria: con lei perde le difese. Il doppio gioco che coinvolgerà Ettore lo porterà a tradire sè stesso e anche Daria.»
Il poker è la metafora perfetta del doppio gioco che tutti i personaggi interpretano. Nessuno è quello che sembra, tutti nascondono qualcosa, tutti bluffano. Ma Ettore Napoli è anche un uomo di regole. Nella vita reale sei uno che le rispetta o uno che le riscrive? E bluffi mai?
«Le regole non mi turbano: non le impongo nè le soffro. Quanto al bluff…vorrei imparare a farlo un po’ di più. A volte mi pento dell’eccessiva spontaneità che mi contraddistingue, pertanto bluffare servirebbe a proteggermi, ad essere più misurato, non a fingere di essere qualcun altro.»
Cosa diresti a un giovane che sogna di fare l’attore?
«Gli direi di ascoltarsi. Di chiedersi se è davvero pronto, se ha la forza di affrontare tutto, anche il fallimento. Perché se si fa una scelta consapevole, se si risponde sinceramente a se stessi, si cade sempre in piedi. Anche quando non va come speravi.»
Che si tratti di un set o di un bar in un piccolo paese, Simone Liberati sceglie sempre storie e luoghi in cui potersi esprimere in modo autentico. Ed è questo uno dei motivi per cui un intero paese come quello di Torano Castello lo guarda con occhi pieni di orgoglio.
Elvira Sangineto

