La scuola al centro dello scontro culturale tra consenso informato, diritti educativi e libertà di crescere.
Esistono leggi che modificano procedure amministrative e leggi che, pur intervenendo apparentemente su aspetti tecnici, finiscono per raccontare molto di più: parlano della società che siamo e di quella che vorremmo diventare. Il DDL Valditara appartiene a questa seconda categoria.
Approvato definitivamente dal Senato il 4 giugno 2026, il provvedimento introduce l’obbligo del consenso informato preventivo per la partecipazione degli studenti a progetti e attività che affrontano temi legati alla sessualità e all’affettività nelle scuole secondarie di primo e secondo grado. Nelle scuole dell’infanzia e primarie, invece, viene esclusa la possibilità di svolgere attività specificamente riconducibili all’educazione sessuo-affettiva.
Secondo il Governo, la norma nasce dalla volontà di rafforzare il principio costituzionale della libertà educativa delle famiglie e di garantire maggiore trasparenza rispetto ai contenuti proposti agli studenti. Le scuole saranno tenute a fornire preventivamente materiali, programmi, finalità e soggetti coinvolti nelle attività affinché genitori e studenti maggiorenni possano esprimere un consenso consapevole.
Per il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, si tratta di una riforma che rafforza l’alleanza educativa tra scuola e famiglia. Per numerose associazioni, pedagogisti, psicologi ed esperti dell’età evolutiva, invece, il provvedimento rischia di rappresentare un arretramento sul piano della prevenzione e dei diritti educativi. Ma al di là dello scontro politico, il dibattito solleva una domanda più profonda: perché l’educazione alle relazioni continua a suscitare tanto timore?
In un Paese che continua a interrogarsi sulle cause dei femminicidi, che osserva con preoccupazione l’aumento della violenza tra adolescenti, la diffusione del revenge porn, del cybercontrollo e delle relazioni tossiche tra giovanissimi, la discussione pubblica sembra concentrarsi non tanto sulla necessità di educare al rispetto, quanto sul rischio di parlarne. Come se il silenzio potesse rappresentare una forma di tutela, eppure, proprio la cronaca ci restituisce quotidianamente il contrario.
Per anni il tema dell’educazione affettiva è rimasto marginale nel sistema scolastico italiano. A differenza di molti altri Paesi europei, l’Italia non ha mai costruito un percorso nazionale strutturato e continuativo capace di accompagnare bambini, bambine, ragazze e ragazzi nella comprensione delle emozioni, delle relazioni e del consenso.
Le nuove generazioni crescono immerse in un flusso incessante di immagini, informazioni e contenuti digitali, ma spesso prive degli strumenti necessari per interpretarli criticamente.
Si parla molto di sessualità e poco di affettività, si parla molto di desiderio e poco di rispetto e si parla molto di possesso e troppo poco di libertà.
In questo vuoto educativo trovano spazio stereotipi antichi e nuove forme di violenza, perché nessuno nasce sapendo riconoscere una relazione manipolatoria, nessuno nasce comprendendo il significato profondo del consenso e nessuno nasce capace di distinguere l’amore dal controllo. Sono apprendimenti culturali e come tali, richiedono educazione.
Le critiche al DDL Valditara si concentrano soprattutto sul possibile impatto che la nuova normativa potrebbe avere sulla diffusione dei percorsi educativi dedicati alla prevenzione della violenza di genere, del bullismo e delle discriminazioni.
Secondo numerosi esperti, l’introduzione di procedure autorizzative specifiche potrebbe scoraggiare alcune scuole dall’organizzare attività strutturate su questi temi, contribuendo ulteriormente a rendere frammentaria un’offerta formativa già oggi disomogenea sul territorio nazionale.
Particolarmente critico è stato il mondo associativo che da anni opera nei centri antiviolenza e nei progetti di educazione alle relazioni. Per queste realtà, educare al consenso non significa promuovere una visione ideologica della sessualità, ma fornire strumenti concreti per riconoscere e prevenire la violenza. Significa spiegare che un “no” è un no, che il corpo di ogni persona merita rispetto, che il controllo non è amore, che la gelosia non è una prova di affetto, che una relazione sana si fonda sulla reciprocità e non sul possesso.
Perché il femminicidio non inizia con un omicidio, ma inizia molto prima, quando il controllo viene normalizzato, quando la disparità viene accettata come naturale, quando il possesso viene confuso con l’amore.
I sostenitori della legge rivendicano il diritto delle famiglie a partecipare alle scelte educative che riguardano i propri figli. Si tratta di un principio legittimo, che trova fondamento nella Costituzione e che nessuna società democratica dovrebbe mettere in discussione.
Tuttavia, accanto alla libertà educativa delle famiglie esiste un’altra libertà che merita attenzione, è la libertà delle ragazze, delle adolescenti e delle future donne.
La libertà di ricevere strumenti per comprendere sé stesse e il mondo che le circonda, di riconoscere una discriminazione, di individuare una forma di violenza psicologica, di comprendere che il rispetto non è negoziabile.
Per molte giovani, la scuola rappresenta l’unico luogo in cui poter incontrare modelli relazionali alternativi a quelli vissuti nel proprio contesto familiare o sociale. È uno spazio di crescita, confronto e consapevolezza che può contribuire a ridurre disuguaglianze educative e culturali.
Ogni volta che una ragazza acquisisce maggiore consapevolezza dei propri diritti aumenta il proprio spazio di autodeterminazione. Ogni volta che un ragazzo comprende il valore del consenso, si rafforza la possibilità di costruire relazioni più libere e paritarie.
Uno degli aspetti più controversi del dibattito riguarda il riferimento alle cosiddette teorie sull’identità di genere, spesso richiamate dai sostenitori del provvedimento per giustificare la necessità di maggiori controlli sui contenuti scolastici.
Il Ministero ha chiarito che il consenso informato riguarderebbe principalmente attività extracurricolari e non l’insegnamento scientifico previsto dai programmi ministeriali. Tuttavia, molti osservatori ritengono che questa impostazione rischi di alimentare una lettura ideologica di temi che riguardano invece la cittadinanza, il rispetto delle differenze e la lotta contro le discriminazioni. È qui che emerge una questione più ampia. La scuola non è soltanto il luogo della trasmissione delle conoscenze, è uno spazio di cittadinanza, il primo laboratorio di convivenza democratica, il luogo in cui una comunità decide quali valori trasmettere alle nuove generazioni. Educare al consenso significa educare alla cittadinanza, significa insegnare che ogni persona possiede dignità, confini e libertà che devono essere riconosciuti e rispettati.
Con l’entrata in vigore della legge si apre ora la fase più delicata: quella della sua applicazione concreta nelle scuole italiane. Sarà il modo in cui dirigenti scolastici, insegnanti, famiglie e studenti interpreteranno questo nuovo quadro normativo a determinare se il DDL Valditara rappresenterà un rafforzamento dell’alleanza educativa oppure un ulteriore terreno di conflitto culturale. Ma forse la domanda più importante resta un’altra.
Quale società vogliamo consegnare alle nuove generazioni? Una società che considera l’educazione affettiva uno strumento di prevenzione, libertà e responsabilità condivisa? Oppure una società che continua a intervenire sulle conseguenze della violenza senza interrogarsi fino in fondo sulle sue radici culturali? Le leggi passano, i governi cambiano, le polemiche si consumano nel tempo rapido dell’attualità. Restano però le domande che una comunità sceglie di porsi, e oggi, di fronte alle sfide che attraversano le relazioni tra uomini e donne, tra adulti e adolescenti, tra libertà individuale e responsabilità collettiva, la più urgente potrebbe essere proprio questa: chi ha davvero paura dell’educazione al consenso?
