Emma Bonino, la donna che trasformò la disobbedienza in libertà

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Emma Bonino per 8e30

Prima che i diritti diventassero parole scritte nelle leggi, per Emma Bonino furono corpi, scelte, conflitti e responsabilità. Una vita spesa a ricordare che la libertà, soprattutto quella delle donne, non viene concessa: si conquista, si esercita, si difende.

È difficile raccontare Emma Bonino limitandosi alla sua biografia politica. Deputata, europarlamentare, commissaria europea, ministra, vicepresidente del Senato, ministra degli Esteri: l’elenco degli incarichi restituisce soltanto una parte della sua parabola pubblica. L’altra, forse la più incisiva, riguarda ciò che accade quando una donna decide di sottrarre il proprio corpo, la propria maternità, la propria coscienza e la propria libertà alla disponibilità degli altri.

Bonino è morta l’11 settembre 2026, a 78 anni, dopo oltre cinquant’anni di vita politica e di militanza. Ma il tempo della sua storia non coincide con quello della sua esistenza: molte delle parole con cui oggi parliamo di autodeterminazione, diritti civili e libertà femminile hanno attraversato anche la sua vicenda politica.

Per comprendere la portata di quella vicenda bisogna tornare al 1974.

L’aborto, in Italia, è ancora un reato. Una gravidanza indesiderata non costituisce soltanto una questione sanitaria o personale: è una condizione nella quale il corpo femminile è sottoposto alla clandestinità, al rischio, alla vergogna e alla dipendenza da una rete informale di aiuti. Bonino vive personalmente quella esperienza. Ma compie una scelta destinata a modificare il significato stesso di quella esperienza: decide di non considerarla soltanto una vicenda privata.

È qui che la biografia incontra la politica.

Dopo quell’aborto clandestino, Bonino entra in contatto con l’ambiente radicale e con il CISA, il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto fondato da Adele Faccio. Insieme ad altre e altri militanti partecipa a un’attività di informazione e assistenza alle donne che ricorrono all’interruzione clandestina di gravidanza. Nel 1975 arriva l’autodenuncia e l’arresto.

Non è soltanto una protesta. È disobbedienza civile. Ed è una distinzione fondamentale.

La disobbedienza civile non consiste semplicemente nel violare una norma. È l’assunzione pubblica della responsabilità della violazione di una legge ritenuta ingiusta, affinché quella stessa legge venga sottoposta al giudizio della collettività. Bonino porta dunque il conflitto dal margine della clandestinità al centro dello spazio pubblico.

Il corpo della donna, fino a quel momento governato dalla norma, dalla morale e dalla clandestinità, diventa così corpo politico.

Non perché il corpo debba necessariamente essere esibito, ma perché ciò che accade al corpo femminile non può più essere considerato estraneo alla costruzione della cittadinanza.

È una delle eredità più profonde della stagione femminista degli anni Settanta: comprendere che ciò che accade nella sfera apparentemente privata può essere prodotto, regolato o limitato da rapporti di potere. La maternità, la sessualità, la contraccezione, il matrimonio, la riproduzione non sono soltanto dimensioni dell’intimità: sono anche territori nei quali lo Stato, la cultura, la religione, la medicina e la società esercitano forme di regolazione.

Bonino traduce questa consapevolezza in azione politica e lo fa con una peculiarità che la distinguerà anche dal femminismo organizzato dell’epoca. Lei stessa, in diverse occasioni, ha raccontato di essere arrivata al femminismo più tardi e di non essere mai stata separatista.

La sua prospettiva rimane profondamente ancorata alla centralità dell’individuo e alla relazione tra libertà personale e diritti. È proprio qui che il suo pensiero acquista una particolare densità.

Il personale è politico, ma il privato non è pubblico. La distinzione, che Bonino ha ripetuto nel corso degli anni, merita di essere presa sul serio. In un’epoca nella quale la sovraesposizione dell’intimità sembra spesso essere diventata una forma di comunicazione ordinaria, quella formula conserva una sorprendente attualità: una vicenda personale può diventare politica quando rivela una condizione condivisa, una disuguaglianza, un diritto negato. Ma questo non significa che ogni dimensione privata debba essere consegnata allo sguardo collettivo.

È una distinzione preziosa anche per il femminismo contemporaneo. Perché politicizzare l’esperienza femminile non significa spettacolarizzarla, significa riconoscere che dietro una storia individuale possono esistere strutture sociali.

L’aborto di una donna diventa allora la domanda sull’accesso alla salute. La maternità diventa la domanda sull’autodeterminazione. La contraccezione diventa una questione di libertà riproduttiva. La violenza diventa una questione di potere. La scelta diventa una questione di cittadinanza.

Ed è precisamente questo passaggio — dall’esperienza individuale alla dimensione collettiva — che rende l’eredità di Bonino interessante anche oltre la sua appartenenza politica.

La legge 194 del 1978 rappresentò una svolta decisiva nella disciplina dell’interruzione volontaria di gravidanza in Italia. Bonino e il Partito Radicale furono protagonisti della mobilitazione che portò l’aborto clandestino al centro del dibattito pubblico e politico. La sua battaglia, tuttavia, non si esaurì con l’approvazione della legge: negli anni successivi continuò a denunciare gli ostacoli nell’accesso effettivo all’interruzione di gravidanza e alla contraccezione.

Ed è forse questo uno degli insegnamenti più importanti della sua vicenda: un diritto formalmente riconosciuto non coincide necessariamente con un diritto concretamente accessibile. La differenza tra diritto sulla carta e diritto esercitabile appartiene ancora oggi al lessico fondamentale della politica delle donne. Bonino, però, non fu soltanto la protagonista della battaglia sull’aborto.

La sua idea di libertà attraversò il divorzio, l’obiezione di coscienza, la giustizia, il fine vita, la libertà di informazione, la pena di morte, la tutela dei migranti, la democrazia internazionale e i diritti umani. Sul piano internazionale si occupò anche della lotta contro le mutilazioni genitali femminili e contribuì alla pressione diplomatica che portò alla risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2012 contro questa pratica.

In questo senso il suo femminismo non può essere letto esclusivamente attraverso la categoria dell’emancipazione occidentale. La sua idea di libertà assume una dimensione transnazionale: la libertà della donna non è soltanto libertà di scegliere all’interno della propria società, ma principio universale che deve valere anche per le donne sottoposte a mutilazioni, violenza, discriminazione o subordinazione in contesti differenti.

È qui che il femminismo incontra i diritti umani, e qui che la figura di Bonino esce dai confini della politica italiana. La sua traiettoria europea e internazionale lo dimostra. Eletta al Parlamento europeo già nel 1979, commissaria europea dal 1995 al 1999 e ministra degli Esteri dal 2013 al 2014, Bonino ha portato le questioni dei diritti fuori dalla dimensione nazionale, partecipando a campagne per la Corte penale internazionale, contro la pena di morte e per la tutela delle popolazioni coinvolte nei conflitti.

La donna che aveva trasformato un’esperienza clandestina in una battaglia pubblica arrivava così nei luoghi istituzionali nei quali le decisioni vengono formalizzate.

Ma forse il dato più significativo della sua storia non è che una donna sia riuscita a raggiungere il potere. È il modo in cui ha utilizzato la propria posizione per mettere continuamente in discussione il potere. Questa è una distinzione tutt’altro che marginale. Per decenni la politica ha spesso raccontato le donne attraverso la loro capacità di adattarsi alle istituzioni: essere competenti, autorevoli, preparate, capaci di occupare uno spazio costruito secondo codici prevalentemente maschili.

Bonino ha seguito un percorso differente. Non ha cercato di neutralizzare la propria identità politica per diventare istituzionalmente accettabile. Ha portato nelle istituzioni il conflitto sui diritti, la disobbedienza, la laicità, l’antiproibizionismo, la libertà individuale. Non ha soltanto chiesto alle donne di entrare nella politica: ha contribuito a cambiare le domande che la politica era chiamata ad affrontare. Ed è forse per questo che la sua figura continua a generare discussione.

Bonino non è stata una figura politicamente priva di contraddizioni, né una protagonista estranea alle controversie. La sua storia attraversa alleanze, rotture, sconfitte elettorali e posizioni che hanno prodotto dissenso anche all’interno del mondo progressista. Ridurla a un’icona perfettamente coerente significherebbe, paradossalmente, impoverirne la complessità politica.

Ma proprio questa complessità rende più interessante la sua eredità. Una figura politica non dovrebbe essere trasformata in un monumento, dovrebbe essere interrogata. E la domanda che Bonino lascia alle donne — e alla politica — è forse una delle più radicali: quanto è realmente libera una persona se non può decidere del proprio corpo, della propria maternità, della propria coscienza e della propria vita?

La parola decisiva è autodeterminazione. Non libertà intesa come semplice assenza di divieti, ma capacità concreta di essere soggetto della propria esistenza. Di poter scegliere senza che la scelta venga preventivamente delegata alla morale altrui, alla famiglia, alla Chiesa, allo Stato, al medico, al partito o alla società.

È questo il punto nel quale la storia di Emma Bonino incontra il femminismo. Non nella costruzione di una donna esemplare. Non nell’idea della donna che deve essere necessariamente forte e nemmeno nella trasformazione di una biografia in un modello da imitare, ma nella rivendicazione della soggettività.

Una donna non è soltanto colei sulla quale la politica decide, è colei che deve poter partecipare alla definizione delle condizioni della propria esistenza. Ed è precisamente questa trasformazione — da oggetto di regolazione a soggetto di diritto — che attraversa buona parte delle battaglie di Bonino. Forse per questo la sua morte non consegna soltanto alla memoria una protagonista della Repubblica. Che cosa facciamo, oggi, delle libertà che altre donne hanno trasformato da desiderio in diritto?

Perché i diritti, come Bonino ha ripetuto fino agli ultimi anni della sua vita, non sono acquisizioni irreversibili. Vanno esercitati, difesi, verificati nella loro concreta applicazione. La metafora che utilizzava era semplice: per andare in bicicletta bisogna continuare a pedalare.

Ed è forse questa la sua eredità più autenticamente politica. Emma Bonino non ci lascia soltanto una storia di conquiste, ci lascia una grammatica della libertà. Una grammatica nella quale parole come corpo, scelta, responsabilità, laicità, diritti, autodeterminazione e dignità smettono di appartenere alla dimensione astratta dei principi e tornano a misurarsi con la vita concreta delle persone.

E, soprattutto, con la vita concreta delle donne, perché una libertà che esiste soltanto nei codici non è ancora pienamente libertà e un diritto che non può essere esercitato non è ancora pienamente emancipazione.

Forse è proprio qui che Emma Bonino continua a parlarci: nel ricordarci che la libertà non è un’eredità da custodire in una teca, ma una pratica politica da rinnovare ogni volta che qualcuno tenta di decidere al posto nostro chi possiamo essere.