La donna post-algoritmo: stiamo vivendo o producendo ricordi da pubblicare? L’intimità digitale e il caso di Lorena Isceri

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Per 8e30 identità digitale e intimità

Quando la vita diventa un ricordo prima ancora di essere vissuta. Viviamo in un tempo in cui quasi tutto può essere previsto, suggerito, archiviato. Gli algoritmi imparano ciò che compriamo, ciò che ascoltiamo, ciò che guardiamo; intuiscono i nostri gusti, anticipano i nostri desideri, selezionano perfino le immagini che ci restituiscono di noi stesse.

Ma c’è qualcosa che continua a sfuggire alla previsione, la parte della vita che non sappiamo ancora raccontare, è forse da qui che nasce una nuova figura femminile: la donna post-algoritmo.

Non una donna che rifiuta la tecnologia, né una nostalgica del mondo analogico, ma una donna che comincia a chiedersi quanto della propria esistenza stia ancora accadendo e quanto, invece, venga immediatamente trasformato in contenuto, ricordo, prova, immagine da conservare.

La domanda che dobbiamo porci è:stiamo vivendo o stiamo già producendo i ricordi che un giorno riguarderemo?

Lo smartphone è diventato una sorta di memoria esterna, fotografiamo una cena prima ancora di assaggiarla, un viaggio prima ancora di esserci entrate dentro, un abito prima ancora di averlo davvero indossato, conserviamo volti, luoghi, tramonti, corpi, momenti felici. Non c’è nulla di patologico in questo desiderio di trattenere ciò che amiamo, fotografare è anche un modo antico di opporsi alla scomparsa. Il cambiamento sta altrove, nell’idea sempre più diffusa che un’esperienza sembri acquistare consistenza quando può essere documentata.

Non è un caso che una parte dell’economia contemporanea venda sempre più esperienze: concerti, viaggi, ristoranti, eventi, laboratori. Non compriamo soltanto qualcosa da possedere, compriamo qualcosa da ricordare e il ricordo, oggi, arriva spesso già confezionato. La fotografia diventa così una promessa fatta al futuro, questo è accaduto, io ero qui, ero felice, questa ero io, ma una fotografia può certificare un momento, non può certificare una vita.

La felicità che vediamo non è necessariamente quella che esiste. È in questo punto che si introduce la vicenda di Lorena Isceri un femminicidio impossibile da ignorare.Pochi giorni fa Lorena Isceri, 45 anni, è stata uccisa a Firenze dall’ex compagno Federico Vella, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, prima della tragedia, sui social era comparso un montaggio composto da fotografie e video della coppia, accompagnato da parole che raccontavano un legame ancora profondamente presente nella narrazione pubblica di lui.

Quelle immagini mostravano una storia condivisa, momenti di vicinanza, una felicità fotografata, eppure quelle immagini non potevano raccontare tutto. Non perché fossero necessariamente false, una fotografia può essere autentica e, nello stesso tempo, essere terribilmente incompleta, può aver registrato un sorriso reale, un viaggio realmente compiuto, un abbraccio realmente esistito, può conservare la verità di un istante senza conoscere la verità dell’intera relazione. È una distinzione fondamentale, perché siamo abituati a pensare alle immagini come prove, prove che siamo stati felici, che siamo stati amati, che una storia ha funzionato, che una persona ci ha voluto bene.

Ma una fotografia non entra nelle stanze in cui nessuno guarda, non registra una paura pronunciata a bassa voce, non conosce il silenzio dopo una discussione, non sa cosa una donna abbia smesso di raccontare alle amiche, non può distinguere un amore dalla sua rappresentazione. Questo vale ancora di più quando parliamo di violenza. Il femminicidio di Lorena non dimostra che dietro ogni fotografia felice si nasconda necessariamente una relazione violenta, sarebbe una conclusione tanto semplicistica quanto pericolosa, dimostra, semmai, quanto sia insufficiente ciò che vediamo. La rappresentazione pubblica di una relazione non coincide con la sua realtà privata.

Il telefono conserva anche ciò che non possiamo più vivere. Non dobbiamo trascurarequesto aspetto più intimo.Quando una relazione finisce, il telefono resta pieno di ciò che quella relazione è stata: fotografie, video, messaggi, ricordi. Nei momenti di nostalgia torniamo a guardarli, quando siamo tristi, cerchiamo le immagini dei giorni in cui stavamo bene.È come se affidassimo alla memoria digitale il compito di ricordarci che quella felicità è esistita davvero, ma quelle fotografie raccontano soltanto ciò che è stato fotografato.

Il rischio è confondere la memoria con l’immagine della memoria. La nostra galleria non contiene una vita, contiene una selezione della vita. Una curatela involontaria di ciò che abbiamo deciso, o semplicemente avuto modo, di conservare, e ciò che rimane fuori dall’inquadratura può essere altrettanto importante di ciò che vi entra.

Quando il desiderio diventa prevedibile è qui che la questione degli algoritmi assume un significato più ampio.Abbiamo affidato alle piattaforme una parte crescente delle nostre scelte: cosa leggere, cosa comprare, cosa ascoltare, dove andare, come vestirci. Il sistema osserva il nostro comportamento e ci restituisce qualcosa che assomiglia a ciò che potremmo desiderare, ma la vita reale continua a produrre deviazioni.Anche le decisioni più intime resistono alla previsione. Una ricerca recente sulla possibilità di prevedere se una persona avrà un figlio nei tre anni successivi ha mostrato quanto sia difficile anticipare gli eventi della vita persino disponendo di grandi quantità di dati, modelli molto avanzati non hanno sistematicamente superato quelli statistici più tradizionali.È un risultato interessante perché ricorda una verità che la tecnologia tende a farci dimenticare, non tutto ciò che siamo può essere dedotto da ciò che siamo stati.La vita conserva una quota irriducibile di imprevisto, ed è precisamente lì che l’essere umano continua a sottrarsi al calcolo.

La nostalgia dell’imperfetto esiste.Forse non è casuale che, proprio mentre la tecnologia diventa sempre più sofisticata, una parte delle nuove generazioni stia riscoprendo oggetti e pratiche apparentemente superati: fotocamere compatte, immagini meno perfette, supporti fisici, esperienze non immediatamente traducibili in uno schermo.Non è necessariamente un rifiuto del digitale, è una reazione alla sua onnipresenza.Dopo anni in cui ogni cosa poteva essere fotografata, filtrata, modificata e pubblicata, l’imperfezione torna ad avere un valore. Una fotografia sfocata può sembrare più vera proprio perché non è stata costruita per essere perfetta.Anche il tempo sta tornando a essere qualcosa da sottrarre alla prestazione.Il cosiddetto “slow September”, la ricerca di ritmi meno ossessionati dalla produttività e dall’ottimizzazione, racconta la stessa inquietudine, il bisogno di esistere senza dover continuamente dimostrare di stare vivendo bene.

E se anche l’intimità diventasse un prodotto? La trasformazione non riguarda soltanto la memoria o l’immagine.Sta arrivando fino a ciò che consideravamo più profondamente umano: l’intimità.I sistemi di intelligenza artificiale capaci di conversare, ascoltare, rassicurare e simulare una presenza affettiva stanno aprendo una questione che non è soltanto tecnologica. Se una macchina può imitare alcune forme dell’intimità, che cosa rende davvero intimo un rapporto umano?La risposta non può essere soltanto la capacità di parlare.L’intimità implica reciprocità, vulnerabilità, possibilità di essere delusi, cambiati, contraddetti, implica l’altro nella sua irriducibile alterità.Un algoritmo può imparare ciò che ci consola, una persona può sorprenderci ed è una differenza enorme.

La donna post-algoritmo non è dunque quella che spegne il telefono e torna al passato, ma è quella che recupera il diritto di avere una parte di sé che non sia immediatamente leggibile, una parte non fotografata, non pubblicata, non ottimizzata, non trasformata in esperienza da vendere o in ricordo da conservare.È la donna che può cambiare idea senza che una piattaforma debba comprenderne il motivo, che può vivere una serata senza fotografarla, che può amare senza trasformare necessariamente l’amore in una narrazione pubblica, che può attraversare una fase della propria vita senza doverla immediatamente spiegare e soprattutto è una donna che sa che ciò che appare non basta.Non basta per giudicare una relazione, non basta per stabilire se una persona sia felice, non basta per capire se una donna sia al sicuro.

Nel caso di Lorena, le immagini della coppia appartenevano alla loro storia, ma non potevano contenere tutta la storia. È questo il limite radicale della rappresentazione: nessuna fotografia può testimoniare ciò che accade quando l’obiettivo è spento.

Forse la vera emancipazione digitale comincia proprio qui, nel recuperare il diritto all’opacità, alla complessità, alla contraddizione, nel lasciare che alcune esperienze non diventino contenuti e che alcuni ricordi restino soltanto nostri.

Una vita non è una galleria fotografica e una donna non è l’immagine che gli altri hanno conservato di lei, ma è anche tutto ciò che nessuno ha visto.