Quando gli stereotipi entrano in tribunale: la CEDU riapre il dibattito sul linguaggio della giustizia

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8e30 articolo 8 luglio

La condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo all’Italia riapre una ferita profonda: anche il linguaggio delle istituzioni può diventare un ostacolo per chi cerca giustizia.

La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo riapre una domanda fondamentale: può il linguaggio di chi amministra la giustizia riprodurre gli stessi pregiudizi che dovrebbe combattere?

Una donna denuncia violenze, paura, minacce, cerca protezione nelle istituzioni e affida alla giustizia il compito di riconoscere ciò che ha vissuto. Ma cosa accade quando, prima ancora di arrivare a una decisione, è proprio il linguaggio delle istituzioni a mettere in dubbio la sua esperienza?

È questa la domanda che emerge dalla recente condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), intervenuta su un caso di violenza domestica che ha coinvolto una donna francese e i suoi due figli. La Corte ha ritenuto che le autorità italiane non abbiano garantito un procedimento sufficientemente rapido ed efficace e ha definito alcune motivazioni utilizzate nel procedimento come “sessiste e stereotipate”.

Al centro della vicenda non c’è soltanto il ritardo della giustizia, ma il modo in cui una situazione di possibile violenza è stata interpretata e raccontata.

Secondo quanto riportato una richiesta di archiviazione del procedimento aveva utilizzato una lettura dei rapporti uomo-donna basata sull’idea che in ambito sessuale una certa resistenza femminile potesse essere considerata normale e che l’uomo dovesse superarla. La CEDU ha giudicato questo tipo di ragionamento espressione di stereotipi di genere incompatibili con una corretta valutazione della violenza.

Il problema non è solo una frase: è il sistema culturale che una frase può rivelare

Le parole non sono mai soltanto parole, quando un linguaggio istituzionale descrive una possibile violenza come un equivoco, uno scherzo o una dinamica “normale” tra uomini e donne, il rischio è quello di spostare l’attenzione dal comportamento di chi agisce alla reazione di chi subisce.

È un meccanismo conosciuto come vittimizzazione secondaria, una persona che ha già vissuto una violenza può sentirsi nuovamente messa sotto accusa proprio nel momento in cui chiede tutela.

Non riguarda soltanto il singolo caso giudiziario, riguarda il modo in cui una società interpreta ancora alcuni rapporti di potere.

Per molto tempo, infatti, alcuni stereotipi hanno raccontato la sessualità maschile come naturalmente insistente e quella femminile come necessariamente esitante. Ma questa narrazione cancella un principio fondamentale, il consenso non è una resistenza da vincere, è una volontà che deve essere presente.

La giustizia non può essere neutrale se utilizza categorie del passato. La decisione della Corte europea riporta al centro un tema delicato, anche le istituzioni possono essere influenzate dalla cultura in cui sono immerse.La legge può cambiare rapidamente, le mentalità molto meno.

Una società può avere norme avanzate sulla tutela delle vittime e, allo stesso tempo, continuare a convivere con immagini tradizionali dei rapporti tra uomini e donne. È proprio qui che il linguaggio assume un ruolo fondamentale.

Le parole con cui descriviamo un fenomeno determinano il modo in cui lo comprendiamo. Definire un gesto violento come “scherzo”, minimizzare una minaccia o interpretare la mancanza di consenso attraverso stereotipi significa modificare la percezione della gravità di ciò che è accaduto.

La sentenza della CEDU non dovrebbe essere letta soltanto come una critica alla magistratura o alle istituzioni italiane, è soprattutto un invito a interrogarsi sul rapporto tra cultura e giustizia. Perché una società cambia davvero quando cambiano anche le parole con cui racconta la realtà.

La violenza di genere non nasce soltanto dall’atto finale, ma anche da un sistema di convinzioni che può normalizzare, giustificare o minimizzare. Ed è proprio per questo che il linguaggio conta.

Perché prima ancora di chiedere giustizia, molte vittime chiedono una cosa ancora più semplice: essere credute.

E una società che vuole definirsi equa deve imparare ad ascoltare senza filtri, senza stereotipi, senza quelle vecchie categorie che per troppo tempo hanno trasformato la paura delle donne in un dubbio sulle donne.