Tre episodi diversi emersi nel dibattito pubblico italiano — il caso ATM con le immagini di donne condivise in chat, la Maturità 2026 senza autrici tra le tracce e il progetto fotografico di Ray Banhoff — riportano al centro una domanda cruciale: come viene costruita oggi la visibilità femminile tra esposizione del corpo, esclusione della voce e trasformazione dell’immagine?
Nelle ultime settimane tre vicende hanno attraversato il dibattito pubblico italiano: il caso delle immagini di donne estratte da telecamere interne e condivise in una chat aziendale con commenti sessisti; la polemica sull’assenza di autrici nelle tracce della prima prova della Maturità; e il caso di un progetto fotografico realizzato nello spazio urbano, con immagini di donne poi esposte in mostra senza un consenso pienamente consapevole sulla loro destinazione artistica.
Tre episodi differenti, tre contesti non sovrapponibili, eppure un’unica domanda: che cosa significa essere donna in una società che continua a oscillare tra ipervisibilità del corpo e invisibilità della voce?
Nel caso ATM, secondo quanto riportato da diverse ricostruzioni giornalistiche, immagini di donne riprese da sistemi di videosorveglianza sarebbero state condivise in una chat WhatsApp privata chiamata “Staff Ticinese” tra dipendenti, accompagnate da commenti sessisti e sessualizzanti.
Un episodio che ha immediatamente sollevato interrogativi non soltanto disciplinari o aziendali, ma culturali. Perché ciò che inquieta non è solo la violazione della privacy, ma la trasformazione dello sguardo, la riduzione della persona a frammento visivo. In queste immagini la donna non è soggetto, ma è un corpo che attraversa uno spazio pubblico e viene decontestualizzato, isolato, consumato attraverso uno sguardo che ne cancella la complessità.
La sociologia dell’oggettivazione ha da tempo descritto questo processo, quando il corpo femminile diventa il centro dello sguardo, la soggettività tende a scomparire. Non perché venga esplicitamente negata, ma perché viene resa irrilevante.
Se nel caso ATM il corpo femminile è eccessivamente visibile, nella scuola accade il movimento opposto, ovvero scompare. La polemica che ha accompagnato la Maturità 2026 riguarda infatti la totale assenza di autrici tra le tracce proposte nella prima prova scritta, una dinamica che da anni riaccende il dibattito sulla rappresentazione del canone letterario.
Non si tratta di una questione numerica né di una semplice rivendicazione di presenza, si tratta di un problema simbolico. La scuola non è soltanto un’istituzione formativa, è uno dei luoghi in cui una società definisce ciò che considera degno di essere tramandato. Ciò che entra nei programmi diventa memoria culturale, ciò che ne resta fuori rischia di diventare marginalità storica. E in questo meccanismo si inserisce una domanda più profonda: cosa significa per una studentessa affrontare un esame di Stato senza incontrare, ancora una volta, voci femminili come parte del patrimonio letterario riconosciuto? Non si tratta di contrapporre autori e autrici, si tratta di interrogare un’asimmetria persistente nella costruzione dell’universale. Per secoli, infatti, il punto di vista maschile è stato assunto come neutro, mentre quello femminile è stato spesso percepito come particolare, settoriale, non rappresentativo.
Il terzo episodio introduce una sfumatura diversa ma complementare. Il progetto fotografico realizzato da Gianluca Gliori, noto come Ray Banhoff, ha sollevato un acceso dibattito pubblico per aver esposto in mostra immagini di donne riprese nello spazio urbano, successivamente contestate per la mancanza di un consenso esplicito e consapevole sull’utilizzo artistico delle fotografie. L’uomo è stato accusato di aver scattato e diffuso di nascosto migliaia di immagini di donne a Milano, talvolta sotto le gonne o in pose intime, spacciandole per un progetto di “street photography”. Circa tremila scatti sono stati realizzati a insaputa delle vittime durante appostamenti e pedinamenti. Le foto sono state raccolte in una mostra e in un libro.
Letti insieme, questi tre casi non descrivono episodi isolati, ma tre modalità diverse di una stessa dinamica culturale.
Nel caso ATM il corpo femminile è consumato visivamente.
Nel caso della Maturità la voce femminile è esclusa dalla costruzione del sapere condiviso.
Nel caso della fotografia esposta il corpo femminile è trasformato in immagine estetica sottratta al controllo del soggetto.
Tre forme differenti ma una costante comune: la riduzione della complessità femminile a frammenti separati. Visibilità senza riconoscimento, presenza senza autorevolezza e immagine senza voce.
Oggi le donne sono ovunque nello spazio pubblico, nella cultura, nella scuola, nel lavoro eppure continuano a sperimentare una forma di doppia condizione: essere viste continuamente, ma non sempre riconosciute come portatrici di autorità simbolica.
Una democrazia non si misura soltanto nella possibilità di essere presenti, ma si misura nella possibilità di essere riconosciuti, non come eccezioni, non come corpi da osservare, non come voci periferiche, ma come soggetti pienamente autori del proprio tempo.
