Il nuovo Cime tempestose, diretto da Emerald Fennell e interpretato da Margot Robbie, non è soltanto l’ennesima trasposizione del romanzo di Emily Brontë. È un’operazione culturale precisa, e quando a dirigere una storia che ha plasmato l’immaginario romantico occidentale è una donna autrice, consapevole delle dinamiche di potere inscritte nell’amore, la questione cambia radicalmente.
La regista Emerald Fennell e il ruolo delle relazioni tossiche
Emerald Fennell non è nuova alla dissezione delle relazioni tossiche. Nel suo cinema l’estetica non è mai neutra: è un dispositivo critico. In Cime tempestose la regia costruisce un universo visivo stratificato:
- paesaggi brumosi che diventano spazio psichico,
- interni soffocanti che evocano prigionia emotiva,
- primi piani insistiti che negano allo spettatore la distanza rassicurante.
Non c’è romanticizzazione ingenua. C’è esposizione. La macchina da presa non salva Heathcliff, lo osserva, lo interroga, lo mette a nudo.
Il punto centrale è questo: raccontare una relazione distruttiva senza celebrarla.
Nel 2026, in un contesto culturale segnato da un dibattito maturo su consenso, manipolazione emotiva e violenza psicologica, Fennell sembra porre una domanda scomoda: se oggi riconosciamo le dinamiche tossiche nella vita reale, perché fatichiamo ancora a farlo nel mito romantico?
La regista ha eliminato personaggi, si è soffermata su una parte del libro, ha messo in evidenze cose che erano solo accennate e ha dato vita a una nuova storia. Lo ha fatto restano fedele ad alcuni temi centrali presenti nel romanzo di Emily Brontë come ad esempio: l’identità, la rivendicazione sociale, la vendetta, il dolore e la morte, il destino di chi è condannato a non poter vivere l’amore.
Questa trasposizione cinematografica in Italia ha incassato circa € 3.666.156 contando 450.034 spettatori.
Fennell è una regista particolare, ed è stata capace di dimostrarlo con grande professionalità attraverso la sua poetica, la sua estetica e la sua prospettiva, tutto questo è magistralmente eseguito nel suo film, e il suo cinema è femminista, magari non in modo dichiarato ma molto comprensibile. Possiamo trovare in lei una grande attenzione anche al modo di raccontare il sesso e l’amore, con un’attenzione al tema del consenso.
Catherine: protagonista o vittima del proprio desiderio?
L’interpretazione di Margot Robbie restituisce una Catherine complessa, meno eterea e più consapevole della propria ambivalenza.
Catherine non è solo la donna contesa, è una figura che incarna:
- desiderio di libertà,
- ambizione sociale,
- rabbia repressa,
- paura dell’esclusione.
Il film accentua il conflitto interno: Catherine non è trascinata passivamente nella tempesta, ma partecipa alla sua costruzione, questo non la rende colpevole, la rende umana.
Dal punto di vista cinematografico è interessante notare come il montaggio lavori per alternare:
- slanci passionali
- silenzi carichi di tensione
- momenti di isolamento visivo
Il risultato è una protagonista che non viene ridotta a oggetto del desiderio maschile, ma diventa soggetto del proprio caos.
L’amore come dispositivo di potere
Uno degli aspetti più rilevanti dell’operazione è il modo in cui la regia mette in luce le gerarchie:
- classe sociale
- genere
- vulnerabilità emotiva
Heathcliff non è solo un amante disperato; è un uomo ferito che esercita potere attraverso il dolore.
Il film suggerisce che la sofferenza non giustifica la crudeltà.
Questo ribaltamento è fondamentale nel panorama attuale, dove la narrazione dell’“uomo tormentato” è stata spesso romanticizzata. Qui la tempesta non è poesia è un ciclo di trauma.
Lo sguardo femminile: differenza sostanziale, non decorativa
Quando parliamo di “female gaze” non intendiamo un’inversione superficiale dello sguardo maschile, ma un cambio di prospettiva narrativa.
In questo adattamento:
- il corpo femminile non è spettacolarizzato;
- il desiderio non è costruito solo come conquista;
- il dolore di Catherine non è funzionale alla crescita dell’uomo.
È una differenza sottile ma radicale, Fennell non addolcisce la storia, la rende più scomoda.
Cultura contemporanea e responsabilità narrativa
Nel dibattito culturale italiano, voci autorevoli hanno più volte invitato a decostruire il mito dell’amore totalizzante, distinguendo tra intensità e dipendenza. Questo film sembra inserirsi in quella linea critica. Allo stesso tempo, il tema della rappresentazione pubblica – spesso affrontato anche in ambito politico nel discorso sulle pari opportunità – ci ricorda che la cultura non è mai neutra. Le immagini influenzano immaginari. Gli immaginari influenzano comportamenti. Il cinema non crea la violenza, ma può contribuire a normalizzarla o a smascherarla. Qui, l’intenzione sembra essere la seconda.
Una lettura da donna, oggi
Guardare Cime tempestose nel 2026 significa portare in sala:
- consapevolezza sulle dinamiche abusive,
- alfabetizzazione emotiva,
- desiderio di relazioni più sane.
Il film non offre una morale consolatoria. Non offre redenzione. Offre uno specchio. E forse la vera modernità dell’operazione sta proprio qui: non nel cambiare la storia, ma nel cambiare il modo in cui la guardiamo. Perché oggi l’amore non può più essere raccontato solo come tempesta inevitabile. Può essere analizzato, interrogato e smontato. Il valore di questa operazione non sta nella fedeltà al testo originale, ma nel coraggio di metterlo in dialogo con il presente.
La domanda finale non è se Heathcliff e Catherine si amino.
La domanda è: perché per secoli abbiamo chiamato amore qualcosa che ci consuma?

