Il consenso non è un favore. Non è implicito, né permanente. È un atto attivo, libero, entusiasta. Ed è sempre revocabile. È la soglia che separa il desiderio dall’imposizione, la relazione dallo stupro, la libertà dalla sottomissione. Ma è anche uno dei territori più ambigui, manipolati e fraintesi del nostro tempo.
Tre storie recenti — un gruppo Facebook, un processo in Francia, una sentenza italiana — ci raccontano quanto ancora la nostra società fatichi a riconoscere e rispettare il consenso. E quanto spesso, dietro un apparente “sì”, si nascondano dinamiche di potere e silenzio.
“Mia Moglie”: l’intimità tradita, il consenso ignorato
Ad agosto 2025, Meta ha rimosso uno dei gruppi più inquietanti mai apparsi sulla sua piattaforma: “Mia Moglie”. Oltre 30.000 iscritti, tutti uomini, si scambiavano foto intime di donne inconsapevoli: mogli, compagne, colleghe. Le immagini, scattate in contesti privati, venivano condivise con didascalie sessiste, commenti volgari e proposte esplicite. E quel gruppo non era che la punta di un iceberg, su Telegram, nei forum, su siti anonimi, proliferano spazi digitali dove il corpo femminile è esposto, valutato, trasformato in merce, spesso anche attraverso contenuti generati con l’IA.
Il tutto nel silenzio o nella complicità delle piattaforme. Cambia il mezzo, non il meccanismo, le donne non scelgono, non partecipano, non sanno. Il consenso viene annullato o, peggio, ridicolizzato. In quei luoghi virtuali, non si parla di libertà, si esercita potere unilaterale, mascherato da “gioco” o “fantasia condivisa”.
Il caso Pelicot: quando il consenso è impossibile
Se “Mia Moglie” racconta la violenza invisibile che si consuma online, il caso giudiziario di Gisèle Pelicot mostra il volto più atroce della stessa dinamica.
Tra il 2011 e il 2020, in Francia, Gisèle è stata drogata dal marito Dominique Pelicot, che organizzava veri e propri “appuntamenti” con uomini reclutati online per abusare di lei mentre era incosciente. Almeno 72 uomini, per 92 episodi di stupro filmati senza alcuna consapevolezza da parte della vittima.
Nel 2024, Pelicot è stato condannato a 20 anni di carcere, insieme a oltre 50 complici. Alcuni hanno dichiarato di non essersi accorti che la donna fosse priva di coscienza. Una difesa respinta dai giudici, che hanno sottolineato un principio ormai fondamentale: se il consenso non può essere dato, ogni atto sessuale è violenza.
La filosofa Manon Garcia, nel suo saggio “Vivere con gli uomini. Che cosa ci insegna il caso Pelicot”, scrive: «Il consenso, in una società patriarcale, è spesso l’adattamento alla violenza, non la sua assenza». È una verità scomoda. Eppure, è la chiave per capire perché, ancora oggi, molte donne non riescono a dire no, o si sentono obbligate a dire sì.
Il caso Grillo: il consenso in tribunale
In Italia, la discussione è esplosa con il caso Grillo, che ha tenuto banco per anni nelle cronache nazionali. Il 22 settembre 2025, il tribunale di Tempio Pausania ha condannato Ciro Grillo, Lauria e Capitta a 8 anni di reclusione, mentre Corsiglia è stato condannato a 6 anni e 6 mesi, per violenza sessuale di gruppo ai danni di una ragazza italo-norvegese di 19 anni. Il tribunale ha riconosciuto le accuse mosse dalla Procura, condannando tutti e quattro gli imputati per il reato contestato.
Il nodo centrale è stato proprio il consenso: per la difesa, i rapporti erano “consensuali”. Per l’accusa e per la vittima, invece, no. La ragazza era ubriaca, vulnerabile, incapace di opporsi. Il tribunale ha riconosciuto che quel “sì” non c’era — e che non bastava l’assenza di resistenza a legittimare ciò che è avvenuto.
È stata una sentenza storica, ma anche un campanello d’allarme: nei tribunali italiani, il consenso resta un concetto fragile, spesso ridotto a una questione di parole, comportamenti, impressioni. Spesso, è la vittima a dover giustificare la propria vulnerabilità, mentre l’imputato si difende con il “malinteso”.
Una cultura che non insegna a chiedere il permesso
Il problema non è (solo) legislativo. È culturale. È strutturale.
Viviamo in un sistema che chiede alle donne di difendersi, ma non insegna agli uomini a fermarsi. Che giudica le vittime con domande tossiche — “Perché sei salita con lui?”, “Perché non hai detto no più forte?” — ma assolve gli aggressori con scuse stanche: “Era ubriaco”, “È stato un equivoco”.
Il consenso viene ancora trattato come un automatismo. Come una firma in bianco. Ma il consenso è una scelta, non un obbligo. È un atto continuo, non un lasciapassare definitivo. È libertà, non disponibilità.
Eppure, troppe volte quella scelta viene estorta, ricattata, soffocata. A volte dal partner, altre dal datore di lavoro e dal contesto sociale. È la violenza che non lascia lividi, ma segna comunque. Che non si grida, ma si subisce. E che, troppo spesso, viene normalizzata.
Una legge che non basta più
In Italia, l’articolo 609-bis del Codice Penale punisce la violenza sessuale in presenza di violenza fisica, minaccia o abuso di autorità. Ma non considera il consenso come elemento centrale. Una lacuna evidente, già denunciata da Amnesty International con la campagna #IoLoChiedo, che chiede l’adeguamento alla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2014.
Altri Paesi — come la Spagna — hanno già adottato una definizione moderna: qualsiasi atto sessuale senza consenso esplicito è stupro. In Italia, invece, il consenso resta implicito, lasciato all’interpretazione. Con il rischio che ogni “no” debba essere urlato, e ogni “sì” venga presunto.
Anche la Cassazione, nel 2021, ha riconosciuto che il “freezing” — il blocco psicologico durante un’aggressione — equivale a un rifiuto. Ma nei tribunali, questa conquista è ancora ignorata.
Non basta più dire “educazione al rispetto”
Serve una rivoluzione culturale. Serve educazione al consenso, nelle scuole, nelle famiglie, sui media. Serve una giustizia che non chieda più “come eri vestita?”, ma “aveva davvero detto sì?”.
Perché la cultura dello stupro non nasce nei vicoli bui, ma nei salotti, nei gruppi social, nei meme, nelle barzellette. Nei luoghi in cui la violenza viene derisa o minimizzata. In cui il corpo femminile è ancora un oggetto, un dovere, una concessione.
Il consenso non è una formalità, né una scusa è il cuore della libertà. Non è il sì che conta. È la libertà di dirlo. Fino a quando continueremo a considerare il consenso un dettaglio, e non il fondamento, continueremo a vivere in una società che predica emancipazione e pratica sottomissione. Che si dice libera, ma è ancora profondamente patriarcale. Il consenso è la misura della nostra civiltà. E una società che non sa riconoscerlo, è una società che tollera la violenza.
