Dalla Calabria a Stresa: quando la cultura supera i confini e diventa benessere condiviso

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In un’epoca in cui si parla sempre più spesso di benessere psicofisico, forse abbiamo dimenticato quanto anche la cultura possa diventare cura e nutrimento interiore. Costruire benessere culturale significa infatti imparare a vivere i luoghi non soltanto come spazi geografici ma come custodi di storie, idee, emozioni capaci di generare valore sociale. E’, dunque, proprio con questo spirito che prende vita un viaggio che parte dalla sensibilità verso la valorizzazione del territorio e si apre a una scoperta più ampia, attraversando paesaggi, e visioni del sapere. Un percorso che conduce fino ai confini dell’Italia, a Stresa, dove il Centro Internazionale di Studi Rosminiani racconta ancora oggi una straordinaria idea di cultura tutta da scoprire e soprattutto ri-scoprire.

Nel cuore di Stresa, affacciato sulla bellezza silenziosa del lago Maggiore ed immerso in un’atmosfera che sembra sospendere il tempo, esiste un luogo in cui la cultura non è custodita come un privilegio ma è condivisa come un bene universale. Tale luogo è il Centro Internazionale di Studi Rosminiani, teatro di un incontro che difficilmente lascia indifferenti.

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Ad accoglierci con straordinaria disponibilità e profondità umana è stato il Cavaliere Professore Accademico Samuele Francesco Tadini, guida preziosa in un percorso di vera immersione nella memoria viva del sapere.

La prima grande sorpresa riguarda proprio l’identità internazionale di questo centro studi. Sebbene ancora troppo poco conosciuto in Italia, il Centro Rosminiano rappresenta da anni un punto di riferimento culturale ed accademico ben oltre i confini nazionali, vantando collaborazioni con università di altissimo profilo come Cambridge, Oxford, Harvard e numerose altre realtà d’eccellenza internazionale. Un dettaglio che dovrebbe farci riflettere profondamente su quanto spesso il patrimonio culturale italiano venga riconosciuto prima all’estero che nel nostro stesso Paese.

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Ciò che però rende davvero rivoluzionaria questa realtà è la sua visione dell’accessibilità al sapere. Il Centro Internazionale di Studi Rosminiani, infatti, offre ospitalità agli studiosi che desiderano consultare i testi presenti nella biblioteca per ricerche, tesi di laurea ed elaborati accademici. Il tutto viene reso possibile attraverso una formula ad offerta libera, con la possibilità di soggiornare anche nelle camere del collegio. Una scelta che non nasce da una strategia moderna di marketing culturale ma dall’essenza stessa del pensiero di Antonio Rosmini.

Per Rosmini, la cultura non doveva appartenere a pochi. Doveva essere fruibile, accessibile, condivisa. Filosofia, medicina, biologia, botanica, letteratura: discipline apparentemente lontane ma unite dalla stessa dignità e dalla possibilità di dialogare tra loro. Una visione incredibilmente contemporanea, quasi avanguardistica, che promuoveva la contaminazione dei saperi come autentica ricchezza umana.

Ancora più straordinario appare il fatto che, all’interno dell’ordine religioso rosminiano, non venisse fatta distinzione tra uomo e donna nell’accesso alla cultura. Entrambi dovevano potersi formare, studiare, crescere. Una complementarità tra maschile e femminile pensata come armonizzazione necessaria affinché la società domestica potesse trasformarsi realmente in società civile.

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Entrare nella biblioteca rosminiana significa fare esperienza concreta di tutto questo. Non si tratta semplicemente di osservare antichi volumi dietro una teca. Qui i libri possono essere consultati, sfogliati, studiati. Si può prendere tra le mani una copia del quotidiano “Il Risorgimento” del 7 febbraio 1856, sentire sotto le dita la fragilità della carta ingiallita dal tempo e percepirne persino l’odore. Un’esperienza estremamente sensoriale ed emozionale, capace di restituire alla cultura una dimensione viva, tangibile abbattendone la distanza storica.

Ciò che altrove potrebbe apparire straordinario, qui sembra assolutamente naturale. Questo succede perché nella concezione rosminiana il sapere non è un oggetto da custodire gelosamente ma una luce da trasmettere.

Qui, anche ogni ambiente del centro richiama la presenza di Rosmini e della sua storia. La camera da letto, ad esempio, con la sua anticamera, custodisce ancora la scrivania pensata per lo studio e la riflessione e soprattutto conserva una presenza simbolica di enorme valore: la sedia sulla quale si sedette Alessandro Manzoni durante una delle sue visite a Rosmini. Un dettaglio apparentemente semplice che racchiude però un significato profondo: Rosmini sosteneva che “solo i grandi uomini fanno altri grandi uomini”, ricordandoci quanto il confronto umano, culturale ed intellettuale possa generare crescita reciproca.

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Dal punto di vista turistico, il Centro è noto soprattutto per il prezioso bifoglio autografo contenente la celebre strofa manzoniana “Chi dell’erbe lo stelo compose?”, suddivisa in quattro quartine. Eppure, visitare questo luogo significa vivere qualcosa di molto più grande rispetto all’emozione di osservare un manoscritto, seppur appartenente ad uno dei più importanti autori della nostra letteratura. Significa entrare in contatto con l’imponenza intellettuale e spirituale di Rosmini. Con il suo incessante richiamo alla ricerca della verità. Con quella riflessione tanto semplice quanto disarmante: “Dentro di me è importante riconoscere una verità”.

A rendere, inoltre, ancora più affascinante e completa l’esperienza del Centro Internazionale di Studi Rosminiani è il suo spazio esterno che amplia ulteriormente il concetto di cultura come incontro tra sapere umanistico e scientifico. Il giardino che circonda la struttura è infatti uno spazio di studio ed osservazione botanica di grande interesse. Al suo interno sono presenti diverse specie vegetali di notevole valore scientifico e naturalistico, capaci di richiamare concretamente quella visione rosminiana che vedeva nella conoscenza un dialogo continuo tra filosofia, biologia, medicina e natura. Passeggiare in questi spazi significa comprendere ancora di più quanto, per Rosmini, il sapere dovesse essere vissuto nella sua interezza.

Al termine di tutto ciò, le migliaia di lettere conservate, i 120 volumi scritti da lui, gli spazi ancora permeati dal pensiero e dalla presenza di chi ha dedicato la vita alla conoscenza, sembrano porre silenziosamente una domanda a ciascuno di noi relativamente a quanto tempo nella quotidianità, in un mondo che ci abitua continuamente a guardare fuori, dedichiamo davvero all’ascolto della nostra verità interiore.

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Coglierne subito la risposta probabilmente è impegnativo ma un luogo del genere ne facilita sicuramente il processo di riflessione.

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Articolo a cura dell’inviata Valentina Garritano