Maggie Gyllenhaal accende il dibattito: a Venezia solo 2 film su 21 sono diretti da donne

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Maggie Gyllenhaal

A Venezia 21 film competono per il Leone d’oro, ma soltanto 2 sono diretti o codiretti da donne. Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria, parla di un problema sistemico e dietro quei numeri si apre una questione che riguarda il cinema, ma anche il potere culturale: chi stabilisce quali storie sono universali e quali rimangono confinate alla loro appartenenza?

C’è una contraddizione, quest’anno, al Lido di Venezia, la Mostra ha affidato a Maggie Gyllenhaal, attrice e regista americana, la presidenza della giuria internazionale chiamata ad assegnare il Leone d’oro. Una donna siede dunque nel luogo in cui si giudicano le opere, mentre nel concorso principale le registe sono ancora una minoranza quasi invisibile: su 21 film, soltanto due sono diretti o codiretti da donne.

Non è soltanto una questione di numeri, semmai, sono la traccia più evidente di qualcosa che accade molto prima che un film arrivi a Venezia.

Gyllenhaal lo ha definito un problema «sistemico», richiamando le difficoltà che ancora incontrano le registe nel trovare finanziamenti e nel vedere riconosciuta la propria visione come altrettanto degna di investimento, attenzione e ambizione.

È una parola che merita di essere presa sul serio, perché sposta il discorso dalla responsabilità del singolo alla struttura. Non significa necessariamente che qualcuno, davanti a una sceneggiatura, dica che quella storia non può essere raccontata perché l’ha scritta o diretta una donna. Significa piuttosto che esiste una lunga catena di decisioni, spesso apparentemente neutrali, attraverso la quale alcune storie ricevono fiducia, denaro e spazio, mentre altre faticano persino ad arrivare alla fase della produzione.

Prima ancora del festival esiste, infatti, una stanza nella quale qualcuno decide se quella storia vale un investimento. Prima del red carpet c’è un budget, prima del budget c’è una scelta, prima della scelta c’è un’idea di ciò che il pubblico desidera vedere. È in questo passaggio, molto meno visibile delle passerelle veneziane, che si costruisce una parte importante della cultura che poi il cinema ci restituisce come naturale. La questione diventa allora più profonda della semplice presenza femminile. Chi stabilisce che cosa è universale?

Per decenni abbiamo assistito a un curioso meccanismo culturale. Le storie raccontate dagli uomini sono state spesso considerate semplicemente storie: storie sul potere, sulla guerra, sulla politica, sull’ambizione, sulla solitudine, sul desiderio. Quando a raccontare è una donna, invece, la sua esperienza rischia più facilmente di essere ricondotta a una categoria: il cinema delle donne, le storie femminili, lo sguardo femminile. La differenza sembra soltanto linguistica, ma non lo è. Perché definire una storia «universale» significa riconoscerle la capacità di parlare a tutti. Definirla «femminile» può significare, anche involontariamente, circoscriverne la portata all’esperienza di chi la racconta.

È uno dei motivi per cui la discussione sulla rappresentazione non può esaurirsi nella richiesta di avere più registe nei festival. Il problema non è soltanto quante donne riescano ad arrivare dietro una macchina da presa. È anche quale autorità culturale venga attribuita al loro sguardo quando finalmente ci arrivano.

Venezia rende questa contraddizione particolarmente evidente proprio perché è uno dei luoghi in cui il cinema viene trasformato in patrimonio culturale, in riconoscimento, in memoria. Entrare nel concorso significa essere sottoposti a uno sguardo critico, ma significa anche entrare in una geografia simbolica dalla quale alcuni film usciranno con una nuova autorevolezza. Un Leone d’oro non premia soltanto un’opera: contribuisce a stabilire quali opere saranno ricordate.

Ecco perché quei due film diretti da donne non sono soltanto due presenze femminili dentro una lista di 21 titoli. Sono anche il segno di quanto sia ancora ristretto lo spazio attraverso il quale una donna può trasformare la propria visione in un’opera riconosciuta come grande cinema.

C’è poi un altro elemento, forse il più interessante. Maggie Gyllenhaal non parla da spettatrice esterna. È dentro quella stessa industria. Prima attrice, poi regista, conosce il passaggio da una parte all’altra della macchina cinematografica e conosce dunque la differenza tra essere il volto di una storia e avere il potere di determinarne la forma.

La sua presenza a Venezia racconta un cambiamento reale. Ma non autorizza ancora a parlare di un cambiamento compiuto.

Una donna può presiedere la giuria che assegnerà il Leone d’oro e, nello stesso tempo, continuare a essere difficile per molte altre donne arrivare fino alla competizione per quel premio. Le due cose non si escludono. Anzi, raccontano esattamente il punto in cui ci troviamo: alcune porte si sono aperte, ma il sistema che decide chi può attraversarle non è ancora cambiato abbastanza.

Forse per questo la domanda più interessante che arriva dal Lido non è quante donne manchino ancora è chi abbia il diritto di raccontare il mondo e, soprattutto, chi abbia il potere di decidere che quel racconto riguarda tutti.

Il cinema non è mai soltanto ciò che vediamo sullo schermo è anche ciò che, prima ancora, qualcuno ha deciso di finanziare, produrre, distribuire e portare alla luce. Ogni film che arriva al pubblico è il risultato di una selezione. E ogni selezione, inevitabilmente, racconta qualcosa della società che l’ha compiuta.

Per questo la questione non è chiedere un cinema «femminile». Sarebbe troppo semplice, e forse persino riduttivo.

La questione è chiedere un cinema nel quale una donna possa raccontare il potere senza che venga chiamata a spiegare il proprio genere, possa raccontare l’ambizione senza che venga definita eccezionale, possa raccontare il desiderio, la guerra, la politica, la maternità, la vecchiaia o la solitudine senza che la sua esperienza venga immediatamente trasformata in una nicchia.

Un cinema nel quale una storia raccontata da una donna possa essere, semplicemente, una storia umana.

Venezia, con i suoi 21 film e quelle sole due firme femminili, non offre una risposta, offre una fotografia e dentro quella fotografia Maggie Gyllenhaal introduce la domanda che conta davvero: non soltanto chi viene ammesso nella stanza, ma chi ha avuto, fino a oggi, il potere di decidere che cosa meritasse di essere raccontato.