Nascere donna e dover parlare al maschile

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In un mondo che corre e che non aspetta, le parole restano. Resistono come ferite e come promesse. Per secoli, la lingua ha proclamato l’uomo misura di tutte le cose, relegando le donne a margini definiti da altri, costringendole a vivere negli spazi che la società concedeva loro. Parlare era un privilegio, nominarsi un atto che spesso non spettava a chi era nata donna.

Oggi il linguaggio può diventare una lama e uno scudo, uno strumento di liberazione e di riscatto. Ogni parola scelta, ogni desinenza riconosciuta è un gesto di affermazione, un atto politico e personale insieme. Come ricordava Michela Murgia: “Le parole non descrivono solo la realtà: la costruiscono.”

Imparare a nominarsi, a farsi misurare dalla propria voce e non da quella altrui, significa riscrivere non solo la propria storia, ma il mondo intero. Emanciparsi non è un diritto astratto è un atto di creazione. È costruire un mondo in cui la donna non venga più definita dagli altri, ma dalla parola che sceglie per sé stessa.

In principio fu la parola

In principio fu la parola. E ancora oggi, nell’epoca della velocità e dei social network, le parole restano il luogo dove si costruisce o si distrugge la realtà. L’emancipazione femminile passa da lì. Ciò che non si nomina non esiste, ciò che si nomina male resta intrappolato nei confini del pregiudizio.

Il potere delle parole

Quando si parla di “uomo” come sinonimo di “umanità”, si compie un atto di esclusione. Ogni parola porta con sé storia, gerarchie, potere. Quando una donna viene chiamata “signorina” e un uomo “dottore”, quel linguaggio racconta chi comanda, chi conta, chi viene riconosciuto.

Per secoli, l’italiano ha messo al centro l’uomo: “l’uomo” come sinonimo di “umanità”, “i padri della patria”, “il cittadino.” Le donne erano comparse linguistiche, spesso definite in relazione a qualcun altro — mogli, madri, figlie. Eppure, la lingua è una costruzione sociale. E come tale, può cambiare.

“Avvocata”, “sindaca”, “ingegnera”: non è solo grammatica

Dire “la ministra” o “la sindaca” non è un vezzo: è riconoscere un ruolo, riaffermare la presenza di chi per secoli è stata nascosta. Ogni resistenza a questi termini non è estetica, è ideologia travestita da abitudine. Molti dicono: “Suona male.” Ma “la presidente”, “la giudice” suonavano male un tempo, e oggi ci sembrano naturali.

Ogni parola è una visione del mondo. Non nominare una donna nel suo ruolo significa renderla assente. Dare a lei la parola, invece, è ridare peso, dignità e presenza a chi troppo spesso è stata messa in secondo piano. Cambiare le parole non è politically correct è correggere un’ingiustizia storica.

Michela Murgia e la forza di nominarsi

“Le parole non descrivono solo la realtà: la costruiscono.” Michela Murgia lo ripeteva con voce ferma e ironica, unendo pensiero e vita. In “Stai zitta”, ci ha ricordato che le parole sono potere. Zittire una donna significa togliere il diritto di definire il mondo.

La sua battaglia linguistica non era estetica, era libertà. Usare il femminile era un modo per restituire visibilità e dignità a chi la lingua italiana aveva nascosto. Murgia non chiedeva di inventare un nuovo linguaggio, ma di riconoscere quello che esisteva, ignorato troppo a lungo.

Il linguaggio come motore di cambiamento

Il linguaggio è specchio e motore della realtà. Crescere ascoltando parlare di scienziate, pilote, presidente, apre l’immaginazione. Non c’è un solo modo di essere donna, ma mille possibilità. Scrittrici e giornaliste — da Virginia Woolf a Simone de Beauvoir, da Chimamanda Ngozi Adichie a Michela Murgia — lo hanno ripetuto: la libertà femminile inizia quando la donna può raccontarsi con le proprie parole. Avere voce significa esistere.

Cambiare le parole non basta a cambiare il mondo. Ma senza cambiarle, il mondo resta fermo. Le parole sono chiavi: aprono o chiudono possibilità. Per secoli, le donne sono state raccontate da altri. Oggi, finalmente, possono scegliere le parole, riscrivere la storia, affermare il proprio “io”.

Imparare a dire “io”

Riconoscere il potere del linguaggio non è battaglia “per le donne”, ma per tutti. Un linguaggio inclusivo rende la società più giusta, più consapevole, più vera.

“Emanciparsi significa anche imparare a dire ‘io’ — in un linguaggio che fino a ieri diceva solo ‘lui’.”
E Michela Murgia, insieme a tutte le donne che hanno attraversato il nostro tempo, ci ha insegnato con lucidità e tenerezza a non smettere mai di farlo.