Cultura&Spettacolo

“La merda”, ritratto di un’Italia ritratta troppe volte

Teatro dell’acquario, sabato 5 gennaio 2015: ad attendere con trepidazione che le tende si aprissero, una torma di astanti mossa in percentuale variabile dalla pruriginosa speranza di vedere qualcosa di  brutalmente volgare e/o dall’auspicio che tutti i riconoscimenti inanellati dall’opera in questione potessero risultare nella visione di un capolavoro. A fine spettacolo, nessuna delle due “ragioni motrici” si vedrà saziata. Silvia Gallerano è un’attrice incredibile, e questo è il primo fatto. Dirompente, poliedrica, divertente fino al riso sguaiato ed annichilente come una folata di gelo inatteso. Ed è alla sua incredibile presenza che “La Merda”, monologo a firma di Cristian Ceresoli, deve tutto. Il testo dello spettacolo viene vivificato dal miliare talento della performer, che ne ipertrofizza i germogli positivi da un lato e riesce quasi, dall’altro, a spostare l’attenzione dal secondo fatto che, nel resoconto di questo spettatore, emerge prepotente: il testo non è poi così originale. A “succedere”, in scena, è la vita di una donnetta schiacciata dal pressing della società: ad assillarla, fiaccarla, trascinarla verso la follia c’è una fisicità sbagliata per quelli che sono i canoni della SOCIETA’, accompagnata  dall’affannosa ricerca del consenso e della fama, obiettivi falsati ed imposti dalla SOCIETA’, da una SOCIETA’ in cui l’uomo svetta ancora su una sottomessa figura femminile. La donna passa in rassegna ricordi d’infanzia (alludendo reiteratamente alla figura del padre ed al corollario di rimandi al patriottismo ed alla resistenza da quest’ultimo irradiati), esperienze sessuali  solo marginalmente consensuali, provini andati male e cosce troppo grosse.  Alla fine d’ogni atto la protagonista non vedrà altra soluzione che quella di ingurgitare, di volta in volta, l’elemento che la perturba e ossessiona, le cosce, i cazzi, ed infine l’Italia: la nostra protagonista dichiara trionfante di volerli ingurgitare per poi defecarli, e dunque rimangiarli. Il tutto, e per tutto il tempo, nuda su di uno sgabello particolarmente grande ( a volerne rimarcare l’auto inflitta etichetta di “donna piccola”). L’atto coprofago come metafora di un popolo che ingolla tutto ciò che la propria nazione corrotta gli propina, facendoselo star bene, abituandosi per aderire ad una corale e lobotomizzata idea di bellezza, grandezza, giustizia. La domanda che sovviene è, però, la seguente: non è diventato dicotomico, ad oggi, voler credere che messaggi di questo tipo possano rappresentare un elemento di rottura, un colpo reale ai punti molli delle coscienze? No, non più. Il testo è composito, segue spedito la propria linea, ed oltre che dal lavoro dall’attrice è illuminato anche da certi passaggi ironici innegabilmente trascinanti. Di fondo, però, rimane la sensazione insinuante che afferire ad un palmares tale di stereotipi (reali, concreti, esistenti) sia lungi dall’essere originale. Certo, l’attrice e nuda e di tanto in tanto si parla di inghiottire merda. Ma può bastare? Il substrato di estremismo  visivo-verbale si lascia trapassare facilmente, e a rimanere nuda non è più la Gallerano, ma il testo stesso: un testo ben lungi dall’essere brutto, intendiamoci, ma altrettante spanne lontano dal poter essere rilevante. Quello che afferma non è sbagliato, ma non è nuovo né tantomeno urgente. Certo, quella di cui nello spettacolo si parla è un’opzione, ma non è la sola e comunque è di certo la più eviscerata. Questo spettacolo a tratti travestito da ritratto intimo vuole in vero incarnare per poi vilipendere non una storia, una vita , ma tutta un’Italietta mono-ossessiva e gretta. E l’Italia, con la sua televisione prostituta e “sciacalla” e la sua classe politica caricaturale in pole position, riesce ogni giorno ad auto infliggersi una critica molto più genuina e ficcante di quella operata da “La merda”. E, ancora una volta, qui non si afferma che questo tipo d’Italia non esista; ma riportarla in scena, descriverla nuovamente, ribadirla ed estenderla con veemente acrimonia può davvero essere considerato originale? La “soluzione finale” che la protagonista identifica nell’ingurgitare e defecare, per lo spettatore a fine spettacolo sembra risiedere invece nell’emesi: la voglia di vomitare fuori un altro roboante numero di slogan, di circoscrizioni geografico-morali e di postulati per poi aspettare, vuoti e ricettivi, qualcosa di davvero interessante.

Salvatore Perri

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