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Once Upon a Time in Hollywood: la recensione dell’ultimo film di Tarantino

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L’ultima fatica di Quentin Tarantino non si può certo definire una fatica.

Siamo abbastanza certi che il regista di Knoxville si sia divertito non poco nel girare questo film, che è un vero e proprio atto d’amore nei confronti del cinema e dei nomi che sono stati fondamentali nella sua formazione da regista.
Once Upon a Time in Hollywood può, a prima vista, sembrare un film poco tarantiniano, ed in effetti alcuni suoi tratti distintivi risultano diluiti o smorzati, come quei dialoghi incredibili a cui ci ha abituato. In realtà durante la visione ci si rende conto che lo stile di Tarantino è visibile in ogni inquadratura e in ogni sguardo degli attori.

LA TRAMA

Alla fine degli anni ‘50 Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), protagonista della famosa serie tv Bounty Law, decide di provare la via del cinema. Purtroppo la sua carriera non riesce a decollare a causa dell’avvento della Nuova Hollywood, restando così impantanato in ruoli da cattivo in televisione. A fargli compagnia c’è Cliff Booth (Brad Pitt), suo amico e controfigura nelle scene pericolose. Booth è stato bandito dai set a causa di una rissa con Bruce Lee, oltre ad essere stato accusato dell’omicidio della moglie.

IL COMMENTO

Once Upon a Time in Hollywood si ricollega al famoso fatto di cronaca dell’eccidio di Cielo Drive ad opera di Charles Manson, in cui persero la vita l’attrice Sharon Tate (nel film interpretata da Margot Robbie) e quattro suoi amici. Tarantino, all’interno del suo mondo di finzione, ci offre una personale reinterpretazione della vicenda, che trova il suo culmine nelle fasi finali del film, un po’ come fece con Bastardi senza gloria. Un finale che lascia un segno di malinconia, ma che fa sorridere con il cuore. Il cinema riesce a darci speranza, ed è questo che si respira alla fine della visione della pellicola. Attraverso un Di Caprio formidabile, un Brad Pitt raramente così in forma, una Margot Robbie bellissima (e somigliantissima a Sharon Tate) e dei colossi come Al Pacino e Bruce Dern, non ci viene raccontata una storia, ci viene fatta vivere nei loro sguardi, ci viene detto che il cinema è più vivo che mai.

once upon a time in hollywood

Non è semplice apprezzare a pieno questo film, bisogna accogliere quel brivido che solo l’arte genuina di un autore come Tarantino può trasmettere, un cinema con cui racconta se stesso senza voler accontentare nessuno. Dalla pellicola traspare la sua formazione cinematografica, quella con cui il regista è cresciuto ed ha sviluppato la sua sensibilità artistica, una Hollywood vista attraverso gli occhi di un ragazzo che ha vissuto quel periodo storico da spettatore. Questa è la Hollywood che Tarantino sognava, vista attraverso la sua personale favola cinematografica. 

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Le citazioni si sprecano, sia a livello narrativo che puramente visivo, come alcune scelte di montaggio tipiche degli anni ‘60, oppure il citare nomi come Antonio Margheriti e Sergio Corbucci.

Un altro dei punti di forza del cinema di Tarantino è la sua capacità di confezionare tante scene memorabili, nonostante il ritmo non decolli mai, se non appunto nel finale. Anche in questo caso ci sono almeno 4 o 5 scene che si piantano in testa di prepotenza. Insomma, stiamo parlando di una pellicola veramente straordinaria, uno di quei film che verranno ricordati nel tempo, come tanti del buon Quentin.

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COMPARTO TECNICO

Sul lato registico abbiamo la solita magnificenza a cui Tarantino ci ha abituati. Una serie di piani sequenza strepitosi, il suo solito indugiare sui dettagli degli oggetti mentre i dialoghi proseguono, una fotografia abbagliante, la sua straordinaria direzione degli attori, che vengono lasciati liberi di bucare lo schermo, le sue inquadrature dei piedi (citando Jules di Pulp Fiction: “Io sono un maestro di piedi inquadrati”), le musiche fantastiche e sopra le righe.

IN CONCLUSIONE

Once Upon a Time in Hollywood è uno dei film migliori di Tarantino, una di quelle pellicole che trasmettono amore per la settima arte e ci ricordano che anche noi dovremmo amare questo tipo di cinema, un cinema che non si nasconde dietro alla retorica o all’azione gratuita.

Un cinema che disseta e rigenera come una sorgente nel deserto. Un cinema migliore. Grazie Quentin.

Antonio Vaccaro

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