“Femminicidio”, la parola più cercata su Treccani. Ad agosto ha quattro nomi: Ornella, Tania, Michela e Joanna

0
99
Femminicidio agosto

Mentre cresce la necessità di comprendere una parola, la cronaca continua a raccontare donne uccise, relazioni trasformate in possesso e una cultura che ancora fatica a riconoscere la libertà dell’altra.

Ci sono parole che entrano nel vocabolario perché il mondo ha bisogno di nominarle, e poi ci sono parole che, improvvisamente, diventano uno specchio: ci costringono a guardarci dentro, a domandarci perché esistano, perché siano diventate necessarie, perché continuino a essere pronunciate.

In questi giorni è accaduto qualcosa che, più di una semplice statistica, dovrebbe interrogarci.

“Femminicidio” è la parola più consultata sul portale Treccani dall’inizio del 2026. Un primato che potrebbe sembrare soltanto linguistico e che invece racconta qualcosa di profondamente inquietante: il bisogno crescente di comprendere una parola perché quella parola continua a tornare nelle cronache, nelle conversazioni, nei titoli dei giornali, nelle vite delle donne.

Treccani definisce il femminicidio come l’uccisione di una donna in quanto donna, all’interno di un contesto di violenza e sopraffazione di genere. Non è dunque un sinonimo più ricercato di omicidio. È una parola che prova a restituire alla morte il contesto culturale e relazionale nel quale quella morte è maturata.

E forse è proprio qui che dovremmo fermarci. perché mentre cerchiamo il significato di una parola, mentre ne discutiamo la legittimità terminologica, mentre qualcuno ancora domanda se sia davvero necessario chiamarlo “femminicidio”, la cronaca continua a consegnarci la risposta più atroce.

In agosto, quattro nomi sono entrati in questa conta.

Ornella Forastefano, 46 anni, morta dopo una violenta aggressione nella notte tra il 15 e il 16 agosto ad Amendolara. Fu portata davanti al pronto soccorso dell’ospedale di Trebisacce in condizioni disperate; il compagno è stato fermato al porto di Bari mentre, secondo gli investigatori, tentava di lasciare l’Italia.

Tania Terrin, 39 anni, uccisa a Camponogara dall’ex compagno, dopo una storia nella quale erano già comparsi segnali di violenza e denunce. Una donna che aveva chiesto aiuto e che oggi non può più raccontare la propria paura.

Michela Rubiu, 47 anni, colpita alla testa da un proiettile il 23 luglio a Solanas, durante un episodio nel quale il marito uccise anche il fratello. Michela è rimasta per venticinque giorni tra la vita e la morte, fino a morire il 17 agosto all’ospedale Brotzu di Cagliari.

Joanna Rouissi, 50 anni, uccisa a coltellate nella propria abitazione di Colleferro il 18 agosto, al culmine di una lite avvenuta davanti al figlio minore.

Quattro donne, quattro vite, quattro storie differenti.

E una domanda che ritorna, ostinata, dietro ciascuna di esse: quanto deve essere grande la paura di una donna prima che venga finalmente ascoltata?

Perché dietro ogni numero c’è una persona che fino a pochi giorni prima aveva una voce, delle abitudini, qualcuno da chiamare, qualcuno che la chiamava, progetti ancora da compiere. C’è una quotidianità che non tornerà più.

Ed è proprio questo il rischio delle statistiche: trasformare la morte in una successione di cifre.

Per questo i nomi devono essere pronunciati: Ornella, Tania, Michela, Joanna.

Non sono soltanto quattro vittime, sono quattro donne alle quali è stata sottratta la possibilità di continuare a essere e allora la questione non è soltanto comprendere che cosa significhi la parola femminicidio, la questione è comprendere perché continui ad accadere ciò che quella parola descrive.

È qui che il femminismo torna inevitabilmente dentro il discorso, non come ideologia da agitare contro qualcuno, non come una parola che divide le donne dagli uomini, non come una guerra fra sessi.

Il femminismo, nella sua accezione più profonda, è precisamente il contrario: è la messa in discussione di un ordine nel quale una persona può arrivare a considerare l’altra una propria estensione, una proprietà, un corpo sul quale esercitare controllo. È la richiesta elementare che una donna possa essere riconosciuta come soggetto, non come oggetto di una relazione.

Ed è proprio la parola relazione a diventare centrale, perché il punto non è soltanto che un uomo uccida una donna. Il punto è che, prima dell’omicidio, troppo spesso esiste una lunga sequenza di controllo, possesso, svalutazione, minaccia, isolamento, gelosia, persecuzione, violenza.

Il femminicidio è spesso l’ultimo atto di una storia nella quale l’altra persona è stata progressivamente privata della propria libertà e allora il problema non è soltanto chi impugna un’arma, è anche ciò che può esserci prima dell’arma, è una cultura che può avere insegnato che l’amore assomiglia al possesso, che la gelosia sia una prova d’amore, che un “no” possa essere negoziato, che una separazione sia un’offesa, che l’autonomia dell’altra debba essere riconquistata, punita o cancellata.

Non si uccide soltanto un corpo, si tenta di cancellare una volontà, ed è forse questa la ragione per cui la parola femminicidio viene cercata così tanto, perché stiamo cercando di capire, stiamo cercando una definizione per qualcosa che, evidentemente, non abbiamo ancora imparato a prevenire.

Ma qui esiste una contraddizione che dovrebbe farci tremare: possiamo conoscere perfettamente il significato di una parola e continuare a non comprendere ciò che quella parola ci sta dicendo.

Possiamo sapere che cosa significhi femminicidio e continuare a non riconoscere la violenza quando si presenta sotto forma di controllo.

Possiamo parlare di femminismo e continuare a considerarlo una minaccia.

Possiamo pronunciare continuamente la parola “parità” e poi educare ancora, inconsapevolmente, alla disuguaglianza.

Possiamo persino migliorare gli strumenti di prevenzione e di intervento e, nello stesso tempo, continuare a scoprire troppo tardi che una donna aveva già chiesto aiuto.

Perché anche quando i numeri migliorano, una sola donna uccisa dopo aver chiesto di essere protetta pone una domanda enorme alle istituzioni e alla società.

L’abbiamo ascoltata davvero?

Non basta intervenire quando la violenza ha già un volto insanguinato. Bisogna imparare a riconoscerla quando è ancora una parola, un messaggio ossessivo, una minaccia, un controllo, una porta chiusa, un telefono controllato, una libertà limitata.

È lì che si misura la capacità di una società di prevenire e forse è questo il senso più profondo di quella parola così cercata su Treccani.

Non siamo davanti soltanto alla parola più cercata, siamo davanti a una parola che abbiamo bisogno di comprendere perché ancora troppe volte non siamo riusciti a comprendere l’essere umano che contiene.

Una parola che nasce dalla morte e che dovrebbe condurci alla vita, una parola che non dovrebbe essere necessaria, eppure lo è, perché mentre discutiamo se il femminismo sia ancora necessario, mentre qualcuno continua a domandarsi che cosa significhi davvero femminicidio, mentre una parte del dibattito pubblico si accanisce sulla terminologia, ci sono donne che chiedono semplicemente di poter essere libere senza dover pagare la propria libertà con la vita.

Ed è qui che il femminismo smette di essere una parola da definire, diventa una responsabilità.

La responsabilità di educare alla libertà dell’altra e non al suo possesso, di insegnare che una relazione non è una gabbia, che un rifiuto non è un’umiliazione, che una separazione non è una dichiarazione di guerra, che nessun amore autorizza il controllo, che nessun uomo perde qualcosa quando una donna è libera.

Perché forse il vero significato che ancora dobbiamo imparare non è quello della parola femminicidio, è quello della parola altra. Imparare a riconoscere l’altra come persona intera, irriducibile, autonoma, non come qualcosa che ci appartiene.

Perché l’altra può andarsene, può dire no, può scegliere, può cambiare idea, può smettere di amare, può ricominciare, può essere libera. E forse una società sarà davvero cambiata non quando avrà trovato la definizione perfetta per raccontare la morte di una donna, ma quando avrà finalmente imparato a riconoscere il diritto di ogni donna alla propria libertà.

Allora sì, una parola potrà smettere di essere cercata, non perché l’avremo dimenticata, ma perché non avremo più bisogno di pronunciarla.