Cuor di MAMMA..

13 MAG 2012 –  La mamma è sempre la mamma, lo ammettiamo raramente, lo esterniamo ancor meno ma lo pensiamo spesso perché senza di lei, che è ossigeno puro, linfa vitale e sangue vivo che scorre copioso nelle nostre vene, nessuno può vivere.

Per definirla non bastano opposizioni, negazioni, esclusioni, differenze; in realtà non bastano nemmeno le parole; essere mamma è un qualcosa di così potente che anche il più eccelso poeta preferirebbe tacere piuttosto che incorrere nella più scevra banalità.

La mamma è il nostro tutto, il nostro piccolo e colorato mondo; è colei che ci da alla luce regalandoci tutta se stessa senza rimorsi, rimpianti o pretese.

Vive per noi e attraverso noi, scruta il mondo tramite gli occhi, curiosi e vispi, dei suoi figli, ne rispetta i tempi, ne raccoglie gli sfoghi senza riuscire a portare mai rancore.Attende paziente, silenziosa ma sempre pronta ad accogliere i suoi piccoli cuccioli nelle sue braccia avvolgenti e confortevoli, braccia che, nelle notti buie e insonni, si trasformano in una calda coperta fino all’arrivo di Morfeo.

La mamma è capace di perdonare anche le offese più gravi, ha un animo grande ed è l’unica che non tradirà mai perché non avrà mai la pretesa di mettere se stessa prima della felicità della sua prole.Lei vive di sensazioni impetuose, non le servono parole per comprendere lo stato d’animo dei suoi figli, basta uno sguardo per captarne le gioie, i dolori e i tormenti perché si tratta di carne della sua carne, cuore del suo cuore, sangue del suo sangue.

Il suo amore è così viscerale da riuscire ad abbattere ogni frontiera, non conosce logica né confini, è un amore profondo e puro che avvolge in ogni momento, è un sussulto che rivive in ogni singolo respiro.

La mamma è tante, troppe cose; è padre, sorella, confidente, amica/nemica, rivale ma, soprattutto, è un’affidabile e sincera compagna che affianca e sostiene i suoi figli in un lungo e tortuoso viaggio che si chiama vita.

Mamme, tenere protagoniste della nostra esistenza, AUGURI.

 Annabella Muraca

Il dono e lo scambio: categorie antropologiche e logiche di vita

don Giacomo PanizzaUn pubblico attento ed interessato ha partecipato alla presentazione del libro di Dario Antiseri e Giacomo Panizza “Il dono e lo scambio” edito da Rubbettino nella collana Zonafranca. Una serena giornata primaverile è stata occasione propizia per allestire lo spiazzo antistante la libreria Ubik di Cosenza ad accogliere la conversazione tra Katia Stancato, portavoce regionale del Forum del Terzo settore, e don Giacomo Panizza, fondatore della Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme.

“È possibile addivenire a una sintesi tra solidarietà e profitto?” è la domanda che costituisce il tema centrale del libro e dell’incontro, un interrogativo intorno a cui si dipana un intreccio complesso di argomentazioni che spaziano dalla filosofia all’antropologia, dal sociale all’economia. Un quesito che affascina non solo grandi studiosi e letterati, ma che coinvolge direttamente ogni uomo e donna in quanto soggetti parte di una comunità.

La dialettica pacata ed incisiva di Don Giacomo Panizza riesce ad esporre con efficacia il concetto di dono, come elemento antropologico associato indissolubilmente alla reciprocità e alla relazione, in contrapposizione allo scambio come elemento prettamente economico. Esempi semplici e legati alla quotidianità di ciascuno riportano argomentazioni apparentemente astratte a modelli di comportamento che regolano i rapporti delle persone nelle diverse occasioni della vita: sul lavoro, in famiglia, con gli amici, nella società. Ancora una volta le sue esperienze di vita diventano dimostrazioni pratiche di cosa significhi agire, prendersi cura dell’altro, sentirsi realmente cittadini. Dal personale al globale il passo è breve: il racconto degli scioperi in fabbrica negli anni ‘70 e delle lotte con i disabili negli anni ’80 sono pretesti forti per richiamare una più pregnante cittadinanza attiva. Al nord come al sud, sul lavoro come in ambito sanitario i diritti non si chiedono, si prendono.

Il dono e lo scambio come pratiche tra individui diventano quindi perno di economia e Stato. “È possibile fondare una società solo su relazioni di solidarietà, fraternità e dono potendo fare a meno dell’economia e delle relazioni di scambio economico che contraddistinguono fin dall’antichità le società umane? E, viceversa, è possibile immaginare un mondo regolato esclusivamente dalla legge del mercato, dall’interesse dei singoli e dalle relazioni di scambio economico?” sono le domande che lo stesso editore pone in copertina.

Non di meno i concetti di dono e scambio rientrano nella riflessione sul ruolo del Terzo Settore, laddove spesso il volontariato supplisce le carenze pubbliche e l’assistenzialismo diventa una pratica diffusa e considerata inevitabile. Ecco quindi ritornare prepotente il discorso della cittadinanza attiva, l’importanza di prendere consapevolezza della forza della collettività. E a questo proposito diventa inevitabile l’amara constatazione sulla realtà locale, in una regione come la Calabria in cui la mafia da un lato e politica e istituzioni dall’altro costituiscono un freno allo sviluppo di politiche sociali incisive ed efficaci.

La morale dunque non più solo come valore filosofico ma importante anche nella decisione di scelte quotidiane. Scelte di cui non necessariamente si vedono direttamente i frutti, ma che contribuiscono alla realizzazione di una società che abbia la giustizia come motore propulsore. Giustizia che non sempre è sinonimo di legalità.

Mariacristiana Guglielmelli

 

 

Max Gazzè arriva a Paola

PAOLA (CS) – Ieri sera è stata un’occasione imperdibile per tutti coloro che amano la musica, quella buona però, per tutti coloro che apprezzano il vero cantautorato italiano, un appuntamento che ha visto in Piazza IV Novembre di Paola in provincia di Cosenza, sotto la benedizione di San Francesco (d’obbligo citarlo), il cantautore romano Max Gazzè.
E’il 1 maggio, un cielo con molte nuvole e poche stelle, qualche goccia di pioggia preoccupa inizialmente, ma non abbastanza per placare l’entusiasmo dei molti che sono accorsi per ascoltarlo.
Un insolito Gazzè orfano del suo fedelissimo basso elettrico, causa rottura del polso sinistro, ma accompagnato da uno strumento costruito ad hoc per la situazione che maneggia ancora con un po’ di timidezza.
Artista poliedrico per eccellenza è autore, cantante, musicista e anche attore, alla continua ricerca del perfetto connubio tra la musica e la parola, senza mai rischiare di cedere all’immorale banalità.
Uno sguardo raffinato il suo, che racconta di luoghi , di situazioni, di personaggi quasi surreali e mai ripetitivi, impossibile non perdersi in quel mondo così suggestivo dalle prospettive rare, un mondo nel quale la narrazione dei sentimenti avviene partendo dalle piccole scoperte quotidiane, dall’essenziale.
Le parole e i suoni diventano una cosa sola nella sua personalissima narrazione musicale, le sue sono poesie capaci di smuovere ogni più piccola parte dell’animo, ti portano altrove non si sa precisamente in quale posto, ma ti tengono sempre con un piede ben puntato per terra, nella realtà, alla quale Max si rifà sempre.
Un concerto che vede l’alternarsi di lente sonorità dolci e maliconiche a quelle decisamente più elettroniche e rock, un pubblico che diventa una sola entità , l’elemento portante dell’esibizione, canta, balla, batte le mani per mantenere il tempo, sussulta, tutto sotto la soddisfatta direzione del maestro Gazzè.
Ieri si festeggiavano i lavoratori e in un periodo come questo in cui il lavoro non c’è e la crisi continua a mietere sempre più vittime, diventano importanti momenti come questi durante i quali ci si ritrova allegri, uniti, fiduciosi.
“Salvarti sull’orlo del precipizio, quello che la musica può fare” è così che Max Gazzè e il suo pubblico si sono salutati, magari è solo un caso, o forse no.

Gaia Santolla

Maliconico Primo Maggio

COSENZA – Quella di oggi sarà una festa dei lavoratori dalle fisionomie infelici e amareggiate e mentre si discute di riforma del lavoro, di ammortizzatori sociali, di modifica dell’articolo 18, in Italia sono 2,3 milioni le persone che non hanno un lavoro, sono 362 le persone che nel 2011 si sono tolti la vita perché strangolati dall’oppressione della crisi, sono 3 milioni gli invisibili lavoratori in nero che senza alcuna garanzia arrivano a produrre 100 miliardi di Pil irregolare e sono in media 3 al giorno gli incidenti sul lavoro.
Numeri, semplici numeri che messi tutti insieme riescono precisamente a delineare il risultato di una funesta combinazione, l’elevata disoccupazione, la continua inattività e il lavoro sempre più precario.
Non è propriamente un bel momento per festeggiare, non è un buon momento per lasciarsi illudere da quella scontata e popolare retorica che ogni anno ritorna sulle sorti dei lavoratori ma non è nemmeno arrivato il momento di abbandonare il campo di battaglia.
Ora più che mai è necessario rimanere uniti, continuare a reagire contro la stagnazione, sostenere obiettivi comuni ma soprattutto agire con la consapevolezza che un rivolgimento radicale è necessario e può avvenire solo garantendo un lavoro che sia libero e non sfruttato, facendo in modo che ogni singolo lavoratore venga rivestito di tutti quei diritti umani dai quali è stato denudato.
Senza rischiare di risultare anacronistici, diventa indispensabile cercare di ripartire da una diversa idea di lavoro che sia la sintesi reale tra la flessibilità, principio portante del nuovo mercato, e la garanzia sociale, ma diventa altrettanto obbligatorio difendere con le unghie e con i denti il privilegio più grande che ci hanno lasciato in eredità i nostri padri costituenti ovvero il diritto al lavoro, l’unico mezzo attraverso cui l’uomo realizza la sua vera identità personale.
Non è questo il momento di abbandonare il campo di battaglia, perchè da questo Primo Maggio dobbiamo tutti impegnarci affinchè questo diritto si concretizzi realmente e nel frattempo quest’oggi i pensieri più nobili sono rivolti ai disoccupati, agli inoccupati, ai precari, ai cassaintegrati, alle morti bianche, ai poveri, ai lavoratori in mobilità.
Buon Primo Maggio a Tutti.

Gaia Santolla

Forum dei giovani cosentini

davide brunoMuove i primi passi la costituzione del Forum dei giovani cosentini. Si è tenuto infatti alla Casa della Cultura un momento di incontro tra l’amministrazione comunale e i suoi cittadini.

L’iniziativa è presentata e sostenuta dall’assessore ai giovani e futuro, Davide Bruno. “Il Forum dei giovani cosentini – si legge in una nota – significa: dare voce alle giovani generazioni creando un organismo di rappresentanza per rinsaldare la rete di rapporti tra le associazioni giovanili e promuovere gli interessi giovanili presso il Governo, il Parlamento, le istituzioni sociali ed economiche e la società civile”.

La sala Gullo accoglie numerosi ragazzi e ragazze che seguono con interesse gli interventi che si susseguono. Puntuali e precise le parole di Biagio Faragalli vice segretario Udc, di Gianluca Melillo consigliere Direttivo Forum Nazionale dei Giovani, dell’avvocato Pietro Spizzirri, che mettono la propria esperienza a servizio dei presenti. Giovani che parlano a giovani, dunque, in uno scambio di idee e competenze.

Ampio spazio viene dedicato alle realtà associative giovanili e al Forum.

Il Forum Nazionale dei Giovani è una piattaforma di organizzazioni giovanili riconosciuta con la legge 311/2004, che lavora per portare al centro del dibattito politico e dell’iniziativa sociale il valore dei giovani: “la crescita personale e l’integrazione delle nuove generazioni rappresentano nei fatti le sfide decisive per garantire la qualità sociale e la democrazia nel nostro Paese” cita il manifesto costitutivo. A livello nazionale il Forum è composto da oltre 75 organizzazioni, tra cui associazioni studentesche, giovanili di partito, giovanili di categorie professionali e sindacali, associazioni impegnate nell’educazione non formale, associazioni di diverse fedi religiose, associazioni sportive, ecc. A livello europeo è membro del Forum Europeo della Gioventù che rappresenta gli interessi dei giovani europei presso le istituzioni internazionali.

Uno strumento di rappresentanza ed incidenza politica, dunque, un modo per far sentire la propria voce su scelte che riguardano il futuro di chi, nell’attuale modello, sembra non essere chiamato a scegliere.

L’espressione che maggiormente viene citata è “partecipazione”, declinata nella sua accezione più concreta di impegno e volontà per il raggiungimento di un obiettivo comune. L’aria che si respira contraddice in pieno le voci disfattiste che continuano a presentare le nuove generazioni come soggetti frivoli, apatici e senza aspirazioni. La curiosità si legge negli occhi, così come la voglia di trovare nuovi spazi per far emergere le proprie esigenze.

Proprio per ribadire questo fermento e in contrapposizione alla crisi politica che sta attraversando il paese, Faragalli sottolinea l’importanza di distinguere la politica come impegno per il bene comune dall’attività partitica. Perché dall’esperienza del Forum appare evidente che i giovani sono attivi e propositivi lì dove viene dato loro lo spazio per farlo. E su questa scia si inserisce da un alto l’incisività delle proposte presentate dal Forum alle istituzioni democratiche, dall’altro la capillarità degli interventi a livello locale, lì dove è più semplice che i giovani abbiano accesso alle procedure democratiche.

Le porte sono così aperte a chi ha voglia di mettersi in gioco direttamente. In attesa che si muovano presto i passi successivi per la realizzazione di questo nuovo strumento di reale partecipazione dei giovani alla vita politica.

Mariacristiana Guglielmelli

 

E “Otello” sia…

27 APR 2012 – “Prima di ucciderti, sposa, ti ho baciata. Ora non c’è altro modo che questo: ucciderti e morire in un tuo bacio”. Si tratta di una frase forte ed emblematica dell’ “Otello”, una frase che racchiude in sé tutto il senso di questa tragedia scritta da Shakespeare nel lontano 1603.
Una tragedia che, però, non è espressione di un’antichità cristallizzata ma collima perfettamente con il nostro presente.

L’Otello è stato, infatti, riattualizzato dal regista Nanni Garella e riproposto, ieri sera, al teatro A.Rendano grazie alla produzione dell’Arena del Sole – Nuova Scena – Teatro Stabile di Bologna, in collaborazione con il 63° Festival Shakespeariano dell’Estate Teatrale Veronese.
Nello spettacolo tante comparse ma solo due protagonisti indiscussi Massimo Dapporto, attore poliedrico che ha seguito le orme del padre cimentandosi nel teatro, nel cinema e nella fiction, ora nei panni di Otello/ Il Negro, e Maurizio Donadoni che ha impersonato il funesto Iago.
Due visioni del mondo completamente agli antipodi, dunque, Otello disegna un mondo roseo, amorevole e armonico, Iago, invece, vive di gelosie, infamie, pregiudizi razziali che colpiscono tutti coloro che lo affiancano rendendoli volgari e sgradevoli.

Tutto ruota intorno al tradimento di Desdemona (Lucia Lavia) a scapito di Otello, un tradimento, però, non veritiero ma istigato, inculcato, continuamente simulato dallo stesso Iago ferito nell’orgoglio per non aver ricevuto la carica di luogotenente.
In Otello si scatena, così, una gelosia marcia che rende il cuore nero, appanna la vista, sconvolge i sensi e trasforma in folle anche la persona più saggia.
E’ il dramma del candore e della cecità di colui che non riesce a guardare oltre il suo naso e si fa soggiogare dalla pura apparenza.
L’Otello è l’emblema della fragilità umana e della sua precarietà, il genere umano è in lotta continua senza mai trovare un equilibrio stabile e duraturo, le passioni diventano atroci e fanno regredire l’uomo alla sua condizione più abietta.

La gelosia e l’invidia, da passioni veniali, si trasformano, invece, nei mali di tutti i mali.
Alla fine della tragedia non resta nulla, tutti vengono colpiti, sconfitti e affondati; nessuno si salva, la sorte è efferata e colpisce forte come la mannaia del boia.
Neanche l’isola di Cipro rimane incolume ma, calpestata e insanguinata, è la spettatrice inerme di tanta brutalità
Al termine di una simile tragedia rimangono solo domande, interrogativi ben espressi dal regista Nanni Garella “Cosa resta, dopo gli assassini, i suicidi, il crollo della fiducia, della fedeltà e dell’amore? Probabilmente solo la notte buia, il cupo abisso in cui precipita a volte la mente umana”

Annabella Muraca

Caso Marlane, presentato il libro all’Università della Calabria

COSENZA – «I medici mi avevano mandato a casa, ero finito…», non riesce a parlare Luigi Pacchiano. Poi riprende: «ma in quel momento ho avuto la forza di lottare non solo per me, ma per gli altri, per i morti. Questo fatto ci deve insegnare a lottare, a non farsi calpestare». Luigi Pacchiano è l’operaio della Marlane che nel 1996 ha denunciato lo stabilimento tessile di Praia a Mare per danno biologico. Insieme a lui, Francesco Cirillo e Giulia Zanfina hanno presentato il loro libro sulla vicenda, Marlane: la fabbrica dei veleni, all’Università della Calabria. L’iniziativa è stata promossa dal Partito dei Comunisti Italiani, «per riprendere le lotte e ripartire dal basso», chiarisce il segretario provinciale, Giovanni Guzzo. Sono intervenute, inoltre, Rossella Morrone e Laura Corradi.

 

Il processo alla Marlane

Nel libro si legge che Luigi Pacchiano «ha creato i presupposti per le indagini» sullo stabilimento tessile dei Marzotto. L’inchiesta è stata avviata più di dieci anni fa dal pm Antonella Lauri della Procura di Paola. Si è conclusa con la richiesta di rinvio a giudizio per tredici ex responsabili e dirigenti accusati, a vario titolo, di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose e disastro ambientale, per la morte di decine di operai e le patologie tumorali di altri ex lavoratori – che sarebbero state causate dai vapori della tintoria – e lo smaltimento illecito di rifiuti tossici.

Il processo è iniziato il 19 aprile 2011, ma il dibattimento non è mai cominciato: in un anno si sono susseguiti sei rinvii. Nell’ultima udienza è stata battaglia per l’ammissione delle parti civili. «Gli avvocati della difesa, tra cui Ghedini, – afferma Cirillo – cercano sempre cavilli per far scattare la prescrizione».

Intanto, nel 2004, la fabbrica di Praia a Mare ha chiuso: produzione delocalizzata.

 

Da Rivetti ad oggi: la ricostruzione di Francesco Cirillo

Francesco Cirillo parte dagli anni ’50 quando il Conte Rivetti – «con soldi dello Stato» – costruisce due fabbriche tessili, a Maratea prima e a Praia a Mare poi. «Anche un giornalista del calibro di Montanelli – fa sapere Cirillo – scriveva che prima dell’arrivo di Rivetti, in Calabria, vivevano come venti secoli fa». Il mediattivista sottolinea che gli operai lavoravano e producevano tanto.

Negli anni ’80 – «con soldi dello Stato» – subentra il gruppo Marzotto. A questo punto del suo racconto, Francesco Cirillo enumera i punti critici emersi: l’uso di prodotti che hanno causato la morte degli operai – «la Procura ne ha accertati una cinquantina, ma noi pensiamo siano molti di più. E’ molto difficile raccogliere i dati, noi siamo andati casa per casa» – la mancanza di misure protettive per gli operai, i sindacalisti a capo delle piccole imprese dell’indotto, i rifiuti sotterrati sotto la fabbrica o smaltiti illecitamente.

Cirillo, quindi, passa in rassegna i passaggi che hanno portato al processo in corso e le proteste per chiederne l’inizio effettivo. «Nell’ultimo sit-in eravamo in pochi. Alla Thyssen erano in mille, all’Ilva c’erano tutti gli studenti. Purtroppo, in Calabria, non riusciamo a riunirci».

 

Luigi Pacchiano, la memoria storica

Ha lavorato alla Marlane Luigi Pacchiano. «Io posso raccontarvi delle condizioni interne», esordisce. Racconta che, nello stabilimento di Praia a Mare, l’ambiente era unico, non c’erano divisioni tra i reparti, quindi i vapori della tintoria raggiungevano tutti. «C’erano polveri, cattivi odori, vapori, noi dicevamo: ‘c’è nebbia in Val Padana’». D’estate, con 40° di temperatura, ricorda di come dovessero uscire fuori per respirare. «Non ho mai visto un medico – puntualizza – mai una visita ispettiva. Non usavamo né guanti né mascherine né cappelli». Alla domanda sui sospetti degli operai circa la possibile nocività dei vapori, risponde: «ci dicevano che era solo cattivo odore. In più, strappavano le etichette».

Luigi Pacchiano va indietro nel tempo. Al 1973, quando muoiono i primi due operai – «il primo aveva trentacinque anni». Al 1993, quando gli viene diagnosticato un tumore contro cui combatte ancora oggi – «sono stato trentacinque volte sotto anestesia». Allo spostamento di postazione negato. Al riconoscimento della malattia professionale da parte dell’INAIL. Alla sua lettera di licenziamento e alla denuncia dell’azienda per danno biologico. All’impegno per il coinvolgimento degli altri lavoratori nella questione Marlane. Luigi Pacchiano racconta ai presenti la sua storia. Per un attimo non riesce a parlare, mentre rievoca il giorno in cui i medici lo mandarono a casa: «ero finito… ma in quel momento ho avuto la forza di lottare non solo per me, ma per gli altri, per i morti. Questo fatto ci deve insegnare a lottare, a non farsi calpestare».

 

L’appello di Giulia Zanfina

La documentarista fa riferimento all’intervista fatta a Francesco Depalma nel 2010 e trascritta nel libro. L’operaio, ora scomparso per il cancro, aveva rivelato di aver sotterrato «il rimanente del rifiuto del colore» nel terreno della Marlane perché – aveva spiegato – «se non lo facevi tu, lo faceva un altro, in quelle condizioni dovevi farlo per forza».

«Ci aspettavamo che la nostra inchiesta fosse acquisita come prova in quanto Francesco non c’è più – dice Giulia Zanfina – faccio qui questa richiesta».

 

 

Rita Paonessa

‘Ndrangheta (ex) padrona: storia di mafia e politica

'ndrangheta ex padronaUn pomeriggio di impegno civile e cultura alla Ubik con la presentazione del libro “’Ndrangheta (ex) padrona”, Edizioni AltrePagine, di Fabio Buonofiglio nella doppia veste di autore ed editore.

Filo rosso della vicenda narrata è la storia di Pasqualina Straface, eletta nel 2009 primo sindaco donna della città di Corigliano Calabro (Cs). Un avvenimento che potrebbe sembrare sintomo di emancipazione e felice raggiungimento dell’ambìto traguardo della parità di genere in un ruolo, quale quello di primo cittadino di uno tra i più popolosi comuni della provincia di Cosenza, appannaggio esclusivamente maschile. Un esempio di determinazione e intraprendenza, se non fosse che dopo appena due anni il consiglio comunale viene sciolto con l’accusa di infiltrazioni mafiose.

Una vicenda legata strettamente alla maxioperazione denominata “Santa Tecla”, che ha occupato le pagine dei giornali nei mesi estivi del 2011. E che Buonofiglio, da attento giornalista, aveva già anticipato nei suoi articoli attraverso le pagine del blog d’informazione Sibarinet.it, di cui è direttore.

Un intreccio tra fatti di cronaca e politica raccontati con chiarezza e semplicità, con la precisione e l’accuratezza di chi scrive per informare, per permettere a tutti i lettori di capire. Una scrittura che nasce dall’esigenza di portare alla luce collusioni e commistioni deleterie per la vita stessa di ogni comunità. Buonofiglio è cittadino coriglianese prima di essere giornalista ed è attraverso le parole narrate che esprime l’amore per la propria terra.

Passione ed impegno che lo accomunano ad altri suoi colleghi, presenti alla Ubik, che spendono parole sincere di ammirazione per il libro, ma soprattutto per questa necessità di raccontare storie complesse. Al tavolo dei relatori si alternano al microfono Arcangelo Badolati, caposervizio della Gazzetta del Sud e autore della prefazione del libro, Assunta Scorpiniti, penna de Il Crotonese, e il giornalista Serafino Caruso moderatore della serata. Da tutti gli interventi emerge prepotente la fame di verità, di chi intende il mestiere di giornalista nella forma verace di “watch dog”, di chi non si sente un eroe, ma crede nella legalità come normalità, quotidianità nel proprio lavoro. Più volte si sottolinea con veemenza l’importanza dell’esempio, dell’educazione alla legalità che deve interessare ogni settore della società e attraversare ogni ambiente: la scuola e l’impegno quotidiano della classe insegnante, la correttezza e l’onesta dei magistrati, la serietà e l’incorruttibilità di politici e dirigenti. Rispondendo ad un intervento dal pubblico sulla necessità di riacquisire cittadinanza contro il potere subdolo e ramificato delle mafie, Badolati rivendica la necessità di imparare a dire no: no alle scorciatoie, no alle raccomandazioni, no ai soprusi. Riprendersi il coraggio di essere cittadini liberi, capaci di scegliere senza essere sottomessi.

Mariacristiana Guglielmelli

 

 

“A” Colazione da Tiffany

19 APRIl 2012 – Ancora una volta Isabel Russinova, curatrice del cartellone di prosa della stagione teatrale 2011/12,  è riuscita a fare centro riportando sotto i riflettori un’opera classica piena, però, di riferimenti al presente e alla nostra realtà quotidiana.
Lo spettacolo in questione è “Colazione da Tiffany” messo in scena, sul palco del teatro A. Rendano, nei giorni 17 e 18 Aprile dalla compagnia “Gli Ipocriti”  diretta dal regista Piero Maccarinelli.
Una produzione molto più vicina al romanzo di Truman Capote che al celebre film di Blake Edwards con Audrey Hepburn e George Peppard.
Il cast, composto da 11 attori, vede nei ruoli principali Francesca Inaudi e Lorenzo Lavia, due giovani ampiamente conosciuti dal pubblico italiano per la loro partecipazione a tournée teatrali e fiction; gli altri 9 attori hanno invece ricoperto dei ruoli marginali facendo da cornice allo svolgersi degli eventi.

La Inaudi ha impersonato Holly Golightly una donna ridicola, frivola e perennemente in cerca di uomini da “spennare”, Lavia invece ha ricoperto i panni di William/ Frank Parsons, uomo serioso, di saldi principi e con il viscerale desiderio di diventare uno scrittore famoso e geniale alla stregua di Ernest Hemingway.
William Parsons ha contemporaneamente svolto il ruolo di personaggio-narratore; proprio grazie ai suoi continui flashback è riuscito, infatti, a narrare la storia di Holly, donna fascinosa che lui stesso ha trasformato in musa ispiratrice per i suoi romanzi.
Lo spettatore ha assistito ad uno spettacolo paragonabile alle “montagne russe”, fatto dunque di parti estremamente lente ed altre più celeri e piacevoli, la ripresa è avvenuta nella seconda parte dello spettacolo che ha riscosso più consensi grazie, sicuramente, ai corpi statuari e senza veli dei due protagonisti; un continuo “vedo non vedo” che non ha causato scalpore nel pubblico ma molta curiosità.
Il regista è riuscito a mettere in luce tematiche estremamente attuali: l’amore non corrisposto,  l’omosessualità, la bisessualità, la pseudo amicizia accompagnata da intrighi, passioni e tradimenti ma, soprattutto, la prostituzione; la storia di una donna che decide di vendere il proprio corpo e la propria anima a uomini ricchi e potenti per trarne benefici economici. È dunque la storia del mestiere più antico del mondo che, ancora oggi, continua ad essere parte integrante della nostra società.
Questa volta, a differenza degli altri spettacoli, il pubblico cosentino è accorso numeroso per presenziare alla performance; una lunga fila ha invaso ieri sera il botteghino del teatro A. Rendano; si è dunque trattato di un last minute, molte persone, infatti, hanno acquistato i biglietti tra il secondo e il terzo richiamo della campanella.

Annabella Muraca

Dal romanzo al teatro

COSENZA – Dal magnifico romanzo di Truman Capote all’indimenticabile film di Blake Edwards, dall’adattamento teatrale di Samuel Adamson alla vivace commedia di Pietro Maccarinelli, Colazione da Tiffany è proprio il tipico esempio di arte che diventa incessantemente altre opere d’arte.
Il Teatro Rendano di Cosenza nei giorni martedì 17 e mercoledì 18 aprile ospita uno dei pilastri della commedia d’amore americana, un classico senza tempo, un cult del teatro per l’appunto “Colazione da Tiffany” nella versione ultima di Pietro Maccarinelli.
Ad interpretare uno dei ruoli più intriganti della letteratura moderna, quello dell’adorabile e fragile Holly Golightly, è Francesca Inaudi mentre spetta a Lorenzo Lavia il compito di incarnare lo squattrinato e impacciato scrittore William Parson, probabile alter ego dello stesso Capote.
Ieri pomeriggio, qualche ora prima dell’inizio dello spettacolo serale, i due attori protagonisti hanno tenuto una conferenza stampa per la presentazione dello spettacolo, durante la quale sono intervenute anche l’ex sindaco e Presidente dell’Associazione socio-culturale “Angelina”, Eva Catione, e Isabel Russinova, responsabile della stagione di prosa del Rendano; a mediare l’incontro l’addetto stampa del Comune di Cosenza Giuseppe Di Donna.
Con una certa tracotanza divistica, la spigolosa Fracesca Inaudi racconta di non aver mai visto il film e di essersi ispirata a Marilyn Monroe, prima musa di Capote, per dare nuova vita a Holly e quando le chiedono di motivare questo ritorno in teatro dopo un’assenza lunga dieci anni, l’attrice con un decisa veemenza ci tiene a sottolineare di non averlo mai abbandonato ma solo di esserci tornata con un bagaglio diverso.
Lorenzo Lavia parlandoci della commedia spiega che prende totalmente le distanze dal film e che la messa in scena di Maccarinelli è una fedele trasposizione dell’opera di Capote tanto da rispettarne ogni singolo dettaglio, dal ritmo della conversazione alle diverse ambientazioni.
A concludere è l’intervento di Eva Catizone che esordisce ringraziando Isabel Russinova per la saggezza dimostrata nell’organizzare una stagione teatrale incentrata sulla figura femminile e continua dicendo “La Calabria ha bisogno di figure femminili positive, nella nostra regione ci sono donne che sono capo mafia e donne che ingeriscono dell’acido pur di non piegarsi. Lo sviluppo in questa nostra terra può avvenire solo ed esclusivamente attraverso la realizzazione di iniziative e politiche culturali”.

Gaia Santolla