Salute: diritto senza confini

sanitàSi amplia la gamma di servizi offerti a coloro che non ricevono assistenza dal Servizio Sanitario Nazionale. È stato presentato a Cosenza un gabinetto dentistico presso il Centro Polifunzionale dell’Auser, in via Manzoni (quartiere Spirito Santo). L’attività si aggiunge alle altre prestazioni di tipo medico-sanitario che vengono erogate da personale competente e volontario presso l’ambulatorio medico “Senza Confini”.

L’occasione è stata propizia per una più ampia discussione sul tema “Salute: diritto senza confini”, a cui hanno preso parte esponenti della sanità pubblica, nonché del mondo del volontariato e dell’associazionismo.

L’esigenza di dar vita all’ambulatorio nasce circa due anni fa per dare risposta ad un bisogno di tutela dei diritti, lungo la scia delle battaglie intraprese negli anni sia dall’associazione Auser, sia dalla Cgil a livello nazionale e locale. Gli stranieri irregolari, infatti, che non possiedono un permesso di soggiorno, sono solitamente esclusi dalle normali procedure di assistenza sanitaria. Un aspetto affrontato da Emilia Corea dell’associazione La Kasbah, che ha una solida esperienza in questo settore e che nel suo intervento riesce a rendere l’idea delle difficoltà burocratiche cui vanno incontro gli immigrati qui in Italia. Straneri che approdano sulle nostre coste dopo viaggi estenuanti e lunghissimi, portando un carico di sofferenze e di diritti negati in patria e che si scontrano con un vero e proprio vuoto legislativo. Un distacco che contribuisce a creare una profonda distanza dalle esigenze espresse e dalla tutela di bisogni fondamentali, nonché ad acuire le differenze tra persone appartenenti a popolazioni diverse. Caso emblematico è quello dei rom, che non sono più considerati extracomunitari dopo l’ammissione all’Unione Europea di Bulgaria e Romania, ma che continuano ad essere oggetto di discriminazione e pregiudizio da parte della popolazione locale. Un divario che si assesta in percentuali elevate, se pensiamo che ben il 63% di loro non sa a chi rivolgersi in caso di bisogno. Numeri che si ripetono per coloro che non hanno i soldi per accedere alle prestazioni mediche, che hanno paura, che non hanno i mezzi di trasporto per raggiungere i luoghi di cura, che non capiscono le prescrizioni per una mancanza di mediazione tra medico e paziente. Numeri da capogiro, riportati con precisione dalla dottoressa Agata Mollica, presente in rappresentanza dell’Ordine dei Medici di Cosenza, che evidenziano l’urgenza di un cambio di rotta nelle politiche di accoglienza e integrazione. La salute come diritto universale quindi, così come inteso dallo stesso articolo 32 della nostra Costituzione, richiamato da Valerio Formisani, uno dei medici volontari promotori dell’ambulatorio. Salute come bene comune, ovvero come bene pubblico da tutelare, non strettamente legato allo status di cittadino ma prima di tutto garantito alla persona.

Negli interventi emergono più volte i temi chiave del dibattito: l’accoglienza, la garanzia di diritti, la cittadinanza attiva. Quest’ultima è tirata in causa soprattutto dai rappresentanti Auser presenti, Luigi Ferraro presidente della sezione di Cosenza, Antonio Levato presidente regionale e Gigi De Vittorio responsabile nazionale dell’area sussidiarietà, ma anche da Giovanni Donato, segretario generale della Cigl del comprensorio di Cosenza. Cittadinanza attiva che va di pari passo con la sussidiarietà, ovvero cittadini protagonisti che affiancano le istituzioni in una gestione orizzontale e veramente democratica della cosa pubblica. A tale proposito, qualcuno degli intervenuti tra il pubblico fa notare come amministratori e politici locali, assenti alla presentazione di questo nuovo servizio, abbiano perso un’ottima occasione positiva e costruttiva di confronto.

Il plauso per l’ampliamento dei servizi offerti con le cure odontoiatriche è comunque unanime. Gli stessi rappresentanti del settore medico-sanitario auspicano una sincera collaborazione all’iniziativa, anche attraverso la fornitura di risorse, sia in termini di materiale sia di personale.

Nel corso della serata è stata inoltre ricordata la figura di Adolfo Grandinetti, cui l’ambulatorio è dedicato, medico di grande esperienza, prematuramente scomparso, che si è prodigato sempre per il prossimo ed ha fortemente voluto l’attivazione delle prestazioni mediche per coloro a cui sono negate.

 

Mariacristiana Guglielmelli

Contestazioni, Incursioni e Poesia

COSENZA – Pochi, decisamente troppo pochi gli eletti che hanno avuto la possibilità di assistere all’inaugurazione del quarantesimo anno accademico dell’Unical e soprattutto al conferimento della laurea honoris causa in Filologia Moderna all’inarrivabile Roberto Benigni.
Inarrivabile è la parola più esatta, se si considera la folta e immotivata schiera di agenti polizia che asserragliava l’accesso del teatro. Verrebbe quasi da dire severamente vietato l’ingresso ai cani e agli studenti, anche se qualche cucciolo, che è solito popolare il campus, ha avuto l’inconsapevole fortuna di gironzolare nello spiazzale circostante.
Questo non ha di certo intimorito alcuni studenti che armati di megafono e volantini non hanno perso l’occasione per esperimere il proprio dissenso per la mancata partecipazione all’evento, ma la disapprovazione ha assunto tonalità un po’ più accese quando l’oggetto della stessa passa da Roberto Benigni “solo per pochi” alla noncuranza dei vertici dell’università verso i problemi reali che continuano a tormentarla.
A movimentare ulteriormente la cerimonia sono state le Iene con l’incursione a sorpresa di Angelo Duro, il cantante senza pubblico, che dopo aver provato a fargli cantare una canzone ha tentato il tutto per tutto baciandolo in bocca.
Ad ogni modo Benigni diventa (dopo una prima laurea in Filosofia e una seconda in Lettere) per la terza volta dottore questa volta in Filologia Moderna per sottolineare la sua assoluta importanza nella divulgazione al grande pubblico della Divina Commedia nei teatri così come nelle piazze.
La sua Lectio Magistralis spazia in luoghi sfumati e cristallini, in tempi di oggi e di altre età, Dio, l’arte, la scienza, la politica, Dante, il libero arbitrio, la poesia, tutte argomentazioni legate l’un l’altra da un solo e unico filo conduttore che è la parola.
Piccola, invisile ma così onnipotente quasi divina nel placare la paura, nel rimuovere il dolore, nell’infondere gioia. E’ difficile non lasciarsi trasportare in questi suoi interminabili viaggi semantici così poetici e così ironici, del resto è l’umorismo il modo migliore per dimostrare che si fa sul serio e Benigni questo lo sa bene.
Il neo-dottore decide di terminare la sua lezione nel modo che gli è più congeniale, recitando il suo Dante, il canto trentatreesimo del Paradiso, quello della Vergine Maria, in un silenzio devoto e a tratti commosso si muove abile tra quei versi che continuano ad entusiasmarlo come se li recitasse per la prima volta.
Sarebbe bello che tutti quelli che lo hanno ascoltato ieri, nelle frenesie delle proprie quotidianità continuassero a ripetersi anche nei giorni successivi i versi con i quali Benigni c’ha salutato…“L’Amor che move il sole e l’altre stelle”, perché spesso ci possono salvare solo le parole.

Gaia Santolla

Da Kingston a Cosenza: passi di pace giusta

simbolo di paceUna giornata di pace quella del 14 gennaio per la città di Cosenza. Una felice coincidenza infatti ha reso possibile la concomitanza di due eventi sulle tematiche della pace, appunto, e della giustizia.

La manifestazione maggiormente seguita è stata la marcia organizzata come ogni anno dall’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, che si è svolta a partire dalle 19.00 lungo le via del centro. L’appuntamento, a cui è seguita la veglia di preghiera nella chiesa di San Nicola, è stata presieduta dall’Arcivescovo, Monsignor Salvatore Nunnari, ed ha visto la partecipazione di diversi importanti personaggi del mondo politico, religioso, delle associazioni e della società civile della città. Un momento sicuramente più istituzionale che ha voluto attirare l’attenzione sul tema “Educare i giovani alla giustizia e alla Pace”.

Un incontro invece più raccolto, ma di certo non meno interessante, è stato quello organizzato dal gruppo SAE, dall’associazione “Sentiero nonviolento” e dal Punto Pace di Pax Christi di Cosenza, nella Chiesa Valdese di Corso Mazzini. Le riflessioni si sono concentrate su “Solo la pace è giusta”, messaggio finale della Convocazione ecumenica internazionale sulla pace, che ha avuto luogo a Kingston, in Giamaica, dal 17 al 25 maggio 2011, su convocazione del Consiglio ecumenico delle Chiese. Questo evento internazionale, il secondo nella storia del movimento ecumenico, si è posto come conclusione del “Decennio per superare la violenza”, che ha visto le Chiese di tutto il mondo approfondire sempre più il proprio impegno per la pace.

Relatore d’eccezione dell’incontro Gianni Novello, presente a Kingston tra i cinque delegati italiani, come rappresentante di Pax Christi (Movimento cattolico internazionale per la pace), l’organizzazione che ha partecipato con il maggior numero di presenze da ben 9 paesi differenti.

La sua dialettica ha catturato il pubblico fin dalle prime battute sul racconto dell’esperienza giamaicana. “Partecipando a questo evento, ho pensato che il popolo della pace è come quei fiumi sotterranei che permettono agli alberi della superficie, a uomini, animali, fiori, di dissetarsi e di celebrare la vita. Un lungo fiume è come una lunga marcia”. Catturano le parole, da cui traspare ancora l’emozione per un momento così alto di partecipazione e confronto tra persone provenienti da ogni angolo della terra, con differenti vissuti alle spalle, ma tutti impegnati nella costruzione di un mondo più giusto. Un impegno che si misura con le difficoltà quotidiane, con gli ostacoli che la modernità e le scelte economiche del sistema capitalista pongono di fronte ai singoli e alle comunità. Particolare il metodo adottato, incentrato principalmente sulle narrazioni delle esperienze, ogni partecipante come “lettera vivente” di speranza, che portava agli altri qualcosa di sé. L’incontro tra diversi come dono.

La Convocazione è stata principalmente una congregazione dei rappresentanti della base, più che dei vertici ecclesiastici. E questo forse un po’ stride rispetto alle deliberazioni finali, che pongono l’accento sulla costruzione di un percorso per l’eliminazione della violenza: la violenza non può essere in alcun modo legittimata – si legge nel documento conclusivo – e non può essere ridotta ad una mera questione etica tra tante, perché tocca l’essenza delle comunità di fede.

Dichiarazioni che non rimangono vuote costruzioni teologiche, ma che nascono dalle concrete situazioni che vivono le comunità nelle diverse parti del mondo. E dalla necessità di conciliare fede e cittadinanza, deriva anche il riferimento, molto importante, al commercio di armi e al ricorso alla guerra, anche in paesi che si professano contrari. Nel corso del dibattito, emerge da più voci il caso emblematico dell’Italia e del contrasto che esiste tra il ripudio della guerra inserito nell’art. 11 della Costituzione e le missioni internazionali, propinate come “di pace” o “umanitarie”, ma che nei fatti sono conflitti veri e propri.

La partecipazione di rappresentati di differenti confessioni religiose presenti in città ha reso l’incontro una “piccola convocazione ecumenica” che, dai temi declinati a Kingston sulla costruzione delle pace giusta nelle comunità, con la terra, nell’economia e tra i popoli, ha tratto numerosi spunti per un confronto aperto e propositivo. L’assemblea si è sciolta infatti con una domanda che sarà certamente volano delle attività successive delle associazioni organizzatrici ovvero “Come si può realizzare una pace giusta in una terra come quella calabrese? Come rispondere alle diverse forme di violenza che ogni giorno e a più livelli costringono la vita dei calabresi?”

 

 

Mariacristiana Guglielmelli

La Calabria attraverso gli occhi di don Giacomo Panizza

Copertina“Qui ho conosciuto purgatorio inferno e paradiso” è il titolo del libro presentato ieri, 11 gennaio, nella Sala degli specchi del Palazzo della Provincia di Cosenza.

Protagonista e ospite d’eccezione don Giacomo Panizza, sacerdote bresciano, fondatore della comunità “Progetto sud” a Lamezia Terme.

La sua storia è un viaggio da nord a sud, un’emigrazione a rovescio come lui stesso la definisce. Un percorso che lo ha portato a lavorare e a vivere accanto alle persone più fragili. La comunità “Progetto sud” nasce infatti come gruppo di convivenza tra persone disabili e non, un luogo di inclusione sociale in cui costruire alternative per la risoluzione di problematiche legate alla disabilità, alla tossicodipendenza, all’immigrazione.

Una scelta non priva di ostacoli, che sembra dar fastidio a chi trae profitto dalle debolezze altrui. Accanto alle gioie e alle soddisfazioni del lavoro, iniziano gli atti intimidatori e le minacce della mafia. L’ultima, in ordine di tempo, solo qualche settimana fa, la sera di Natale, quando un ordigno esplosivo è scoppiato davanti ad una struttura per l’accoglienza dei minori immigrati non accompagnati gestita dalla comunità.

Dalla volontà di dimostrare vicinanza e solidarietà alla comunità “Progetto sud” parte l’idea della Fidapa (Federazione Italiana Donne Arti Professioni e Affari) di Cosenza di realizzare questo incontro. Intento che viene rimarcato più volte nelle parole introduttive della presidente Carmela Mirabelli, riprese a seguire dall’assessore alla Cultura della Provincia di Cosenza Maria Francesca Corigliano.

La presentazione vera e propria del libro viene affidata al presidente del Tribunale di Cosenza, Renato Greco, che conduce i presenti lungo la storia di don Giacomo Panizza, tracciando cinque differenti percorsi di lettura. Il primo è sicuramente il profilo personale del sacerdote, che, metalmeccanico fino a 23 anni, decide di coniugare la propria dedizione al prossimo con la vocazione religiosa. Da qui è un crescendo di esperienze e di incontri che ripercorrono oltre quarant’anni di vita e che incrociano le alterne vicende storiche del paese. Ne esce il quadro di una persona di grande umanità, che ha speso la propria vita per gli altri e con gli altri. Strettamente connesso a questo percorso è l’approccio alla sofferenza che anima l’attività di don Giacomo, un elemento che può viaggiare solo indissolubilmente legato alla dignità della persona. Ma la svolta fondamentale è la scelta di scendere in Calabria e di accompagnare un gruppo di persone nella presa di consapevolezza delle proprie capacità. Una chiave di lettura importante che propone Greco è dunque il ruolo del volontariato e del terzo settore, in una terra in cui spesso le istituzioni sono sorde e poco efficaci nel dare risposte ai cittadini. Ed ecco il richiamo alla Calabria, in un’analisi della nostra regione fatta da un emigrato del nord che ha la rara capacità di superare i pregiudizi e gli stereotipi che l’accompagnano, ma anche di svelare le errate e continue giustificazioni che impediscono il cambiamento reale. Ultimo spunto di riflessione suggerito dal presidente del Tribunale è naturalmente quello della ‘ndrangheta e delle situazioni contro cui ha dovuto lottare e ancora lotta la comunità lamentina. “Ribadisco anche in questa sede che la mafia si può combattere veramente solo attraverso un’intensa e capillare opera culturale, prima che repressiva. E l’attività di don Giacomo è l’esempio concreto di ciò che serve per un cambiamento reale.”

Dopo le parole di elogio per la sua attività e per le sue scelte di vita, nel suo intervento don Giacomo Panizza sembra quasi volersi mettere da parte per dare spazio a chi lo ha portato ad essere oggi così conosciuto e “ricercato”. Cita innanzitutto Goffredo Fofi, saggista, critico teatrale, letterario e cinematografico, impegnato da sempre sui temi sociali, da cui è partita l’idea del libro e delle domande che lo compongono. Egli svela che il titolo, suggerito dalla casa editrice Feltrinelli, voleva essere inizialmente “Vivere in Calabria” o “Calabria terra di frontiera” poiché l’intento era quello di fornire ai calabresi uno strumento per conoscere la propria terra. Nel corso dell’intervista invece è emerso più che altro ciò che il sacerdote ha incontrato in Calabria. Ne esce fuori quello che Renato Greco ha definito un “affresco composito di istituzioni, politica, economia, senza lasciare fuori neanche la Chiesa”. Ma soprattutto tanta gente “normale”, che affronta con coraggio la propria quotidianità. Don Giacomo non si stanca mai di ripetere quanto importante sia stato per la realizzazione del progetto della comunità la volontà e la disponibilità di uomini, donne, giovani di Lamezia che hanno creduto nella possibilità di un cambiamento.

Cita a più riprese Roberto Saviano, autore della prefazione, con cui ha in qualche modo condiviso l’esperienza della vita sotto scorta. Ricorda Vittorio De Seta, ma anche i tanti ragazzi che purtroppo ha dovuto salutare nel corso degli anni, morti a causa della distrofia muscolare o dell’aids. E poi ancora tanti nomi di compagni di viaggio, che hanno accompagnato il suo andare, le sue battaglie, le sue giornate.

Conclude l’incontro Nella Matta, past presidente e responsabile della Commissione solidarietà Fidapa di Cosenza, puntando l’attenzione sul capitolo del libro dedicato alle donne, che sono oggi più consapevoli del proprio ruolo e della possibilità di essere protagoniste attive del cambiamento. Una nota critica viene rivolta invece ai calabresi: ciò che rende così speciale e ammirevole l’opera di don Panizza è strettamente legato alla pavidità di agire della maggior parte della gente, che affida a pochi eroi la risoluzione di problemi che dipendono in realtà dall’impegno di tutti. Come è lo scontro con la ‘ndrangheta, che don Giacomo affronta tutti i giorni, senza cercarlo, ma semplicemente portando avanti la sua idea di rispetto, seguendo l’obiettivo di essere accanto alle persone fragili. Un invito interessante, rivolto principalmente all’assessore Corigliano, è quello di portare nelle scuole il libro presentato e l’esperienza che descrive, così da seminare partendo dai più giovani quel risveglio culturale auspicato dal presidente Greco.

 

Mariacristiana Guglielmelli

Tante sono le maschere che indossiamo nella vita…

11 GENN 2012 – Dopo una breve pausa dalla prosa dovuta alle vacanze natalizie e ai concerti appositamente realizzati per queste feste, ieri 10 Gennaio, il pubblico è ritornato a teatro ed è stato accolto dall’opera di Pirandello “Uno, nessuno e centomila”.
E’ il secondo titolo della stagione di prosa del teatro “A. Rendano”, curata dalla responsabile artistica Isabel Russinova che ha scelto di incentrare l’intera stagione sulla figura della donna.

Lo spettacolo è stato messo in scena dalla compagnia “Krypton” di Firenze diretta dal regista cosentino Giancarlo Cauteruccio, reduce dal grande successo ottenuto, con lo stesso spettacolo, al teatro “La Pergola” di Firenze.
Vitangelo Moscarda, protagonista del romanzo pirandelliano, è stato interpretato dall’ eccezionale Fulvio Cauteruccio che, alternando momenti di comicità a sprazzi di esaltazione e di incontrollata follia, è riuscito in pieno a materializzare lo stato d’animo del banchiere.
Quest’ultimo, dopo la completa dissoluzione della sua identità, inizia a compiere atti inusuali e insensati che lo fanno sprofondare sempre di più nel baratro della disperazione facendogli rischiare, tra l’altro, l’interdizione.
Moscarda, detto anche Gengè, entra in uno stato di crisi profonda dopo che Dida, sua moglie, gli fa notare un piccolo difetto che lo caratterizza: il naso storto, pendente leggermente verso destra.
E’ da questo momento che Moscarda inizia a fare i conti con se stesso e con tutte quelle voci che vivono dentro di lui, quest’ultime, nello spettacolo, sono state riprodotte dalle voci fuori campo di Irene Barbugli, Roberto Gioffré, Riccardo Naldini, Carlo Salvador e Tommaso Taddei.
Il protagonista è stato affiancato da due attrici: Laura Bandelloni, sua compagna a teatro e nella vita, che ha interpretato discretamente la moglie Dida; donna leggera e frivola, completamente assorbita dalla classica vita borghese fatta di paillettes e lustrini e da Monica Bauco nel ruolo dell’amante Anna Rosa.
La Bauco è stata magnifica nella sua interpretazione; sciolta, naturale, equilibrata e coinvolgente nonostante la complessità del suo personaggio e la posizione scomoda e costrittiva in cui ha recitato, era infatti immersa fino alla vita in un buco ricavato al centro di un letto.
Anna Rosa, alter ego di Vitalgelo Moscarda, è risultata essere molto simile al personaggio Winnie di “Giorni Felici” di Beckett, è proprio per questo che si è parlato di un “Pirandello in Beckett”.
Alla rappresentazione ha partecipato anche un’attrice speciale la “cagnetta da salotto” Bibì, una tenera cagnolina maculata.
La scenografia, firmata da Loris Giancola e resa un “non luogo” grazie ai giochi di luce di Claudio Signorini, è apparsa come un ambiente incorporeo e metafisico abitato da voci e oggetti mobili: delle sedie, uno specchio, dei woofer (altoparlanti) che hanno permesso la materializzazione delle voci off, un carrello che per tutto lo spettacolo ha trasportato Dida e, infine, il continuo girare su se stessa di Anna Rosa con lo scopo di simboleggiare la perenne circolarità del tempo.
Il teatro non era particolarmente gremito, ma a sopperire questa mancanza è stata, certamente, la cospicua partecipazione dei giovani molti dei quali, alla fine dello spettacolo, si sono avvicinati a Giancarlo Cauteruccio che questa sera replicherà  alle 20,30.

Rivelatrici di una visione sorprendente e non tradizionale del teatro di cui si fa portavoce il regista Cauteruccio sono le sue stesse parole che, nell’incontro pre spettacolo di ieri pomeriggio, hanno riempito la sala Quintieri del teatro Rendano, “E’ molto strano – ha affermato- che io abbia messo in scena Pirandello visto che per molto tempo è stato mio nemico. Pirandello arriva nelle mie corde anche grazie a Fulvio che porta con sé l’esperienza dell’attore”.

Annabella Muraca

Una serata di arte: Gran Galà di poesia ad Altilia (Cs)

altiliaSi è concluso all’insegna della bellezza e della poesia il periodo delle feste natalizie di Altilia.

Nel Centro polifunzionale del paese si è svolto il Gran Galà di poesia “Altilia… e mi sovvien l’eterno” organizzato dall’associazione culturale Gueci, in collaborazione con l’amministrazione comunale. Nella magica cornice dell’ex convento, tra le luci soffuse delle candele e il profumo dei fiori che ornavano la sala, una quindicina di poeti, provenienti da tutta la provincia cosentina, si sono alternati declamando i propri versi.

Presentatrice della serata Anna Laura Cittadino, presidente dell’associazione e anima portante dell’evento, che è riuscita a raccogliere intorno a sé voci molteplici e variegate del panorama letterario locale.

La serata è stata aperta dal sindaco di Altilia, Pasquale De Rose, che ha rivolto un caloroso saluto a tutti i convenuti. Il primo cittadino ha colto l’occasione per invitare i presenti alle successive manifestazioni che si svolgeranno nel comune del Savuto, poiché il Gran Galà di poesia è stato scelto dall’amministrazione come momento inaugurale di una più ampia stagione di eventi che ravviveranno il paese nel corso dell’anno. Per coloro che per la prima volta visitavano il luogo, De Rose ha inoltre ricordato il contributo che il paese ha offerto alla storia e all’arte della nostra regione. Altilia infatti – ha accennato brevemente De Rose – è stata culla della prima setta carbonara e patria dei maestri scalpellini. Le parole del sindaco sono state volano perfetto per il video realizzato da Luciana Iannuzzi, proiettato in sala per rendere omaggio alla città ospite, che attraverso le fotografie di Luigi Funari ha regalato agli spettatori un particolare punto di vista sul paese.

Il cuore pulsante della serata sono stati naturalmente i versi dei poeti, con i loro componimenti in lingua e in vernacolo. La kermesse è partita con Gianfranco Aloe che ha voluto rendere omaggio ad uno dei personaggi più rappresentativi di Altilia, Scipione Valentini, amministratore, politico ed educatore calabrese. A ruota si sono succeduti al microfono Flavio Vercillo di Rende con “Volare” e “Rovine”; Filomena Mirella Bloise di Castrovillari con “Il nostro caro angelo”, “Ergo sum… ovvero della resistenza” e “Mia rosa”; Angelo Canino con “U zappaturi” e “A Befana”; Giuseppe Salvatore con “Notte i Natale”; Margherita Celestino da Frascineto con “Autunno”, “La trappola” e “Se oggi è festa canto” scritta in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia; Carla Curcio; Lorenzo Curti da Morano Calabro con “Momenti” e “I tuoi passi”; Giacomo Guglielmelli con “Belli i tuoi occhi” e “Mancu nu zampugnaru”; Matteo Dalena con “U chiantu i Calabria”; Angela Gatto con due poesie tratte dalla raccolta “Vite”; Gabriele Fabiano con “Lo capirò? Forse no”, “Così tanto mi manchi” e “Con la maglia intrisa di te”; Lucia De Cicco di Cerisano con “Deserto”. La sfilata poetica è stata chiusa da Ciccio De Rose che ha intrattenuto il pubblico con un poemetto in vernacolo dal titolo “Carmelina”, ambientato nei vicolo del centro storico di Cosenza.

Due gli ospiti d’onore della serata a cui il sindaco De Rose ha consegnato una targa ricordo: Angela Cittadino, poetessa catanzarese che ha regalato al pubblico i versi di ”Alla funtana” e “A nive”, ed il maestro liutaio Emilio Natalizio, famoso per la sua arte, che ha realizzato strumenti anche per Ligabue e Carmen Consoli. Il maestro, che nel 2000 ha omaggiato Giovanni Paolo II con un suo violino, oggi è impegnato non solo nella sua attività pregiata di costruzione e restauro degli strumenti, ma soprattutto nel portare avanti una rivalutazione dell’aspetto artigianale nel lavoro. A Castrolibero è infatti attiva una scuola/museo con percorsi didattici per i ragazzi delle scuole. L’occasione del Gran Galà è stata galeotta per un invito al confronto e allo scambio con le arti e i mestieri che l’amministrazione comunale di Altilia si sta impegnando a rivalutare sul proprio territorio.

Manifestazione poliedrica e avvolgente che ha incuriosito con l’abbinamento di poesia e danza. Ai versi letti dai poeti si sono infatti aggiunte le esibizione dei ballerini Ida Lucchetta e Luca Perri dell’associazione Calabria Tango.

Una piacevole commistione di arti, per una riuscita collaborazione tra enti pubblici e associazioni, su un terreno spesso poco seguito quale quello dello poesia. Un appuntamento che sarà ripetuto in primavera con il premio letterario “Un libro per l’inverno 2011-2012”.

 

 

Mariacristiana Guglielmelli

Caro 2011 addio!

31 DIC 2011 – “Musiche da Film” è l’esclusivo concerto di fine anno svoltosi ieri sera, venerdì 30 dicembre, presso il teatro “A. Rendano”.
E’ così che Albino Taggeo, direttore artistico del teatro, ha deciso di salutare il vecchio anno per accogliere con tanta speranza e una miriade di buoni propositi l’anno che verrà.
Proprio lui, ieri sera, ha dato l’avvio allo spettacolo con parole veementi ed estremamente sentite: <<Ho deciso di intitolare l’incontro “Cinematografo che passione!” – ha affermato – perché le musiche dei film sono tutte dentro di noi. E’ un omaggio di cuore che vogliamo fare al cinema>>.
Per l’occasione, difatti, sono state scelte le colonne sonore più note, quelle che sono ancora vivide nell’immaginario collettivo e che con lo scorrere del tempo sono diventate parte integrante della nostra storia.

Il concerto è stato tenuto dall’Orchestra lirico-sinfonica del teatro Rendano che ha stupito tutti con un’estasiante performance; questa volta, però, il maestro Pelliccia, che ha diretto l’orchestra nel Nabucco, ha ceduto la “bacchetta” al direttore ospite Carmelo Caruso che, con il suo tocco leggiadro e quasi fatato, ha creato un’atmosfera magica e suggestiva.
Portentosa la vocalist Stefania Del Prete che ha sferrato una voce piena, potente ma, allo stesso tempo, delicata e suadente con l’innata qualità di riuscire a sfiorare le corde più profonde dell’animo umano.
Ogni scorcio musicale è stato accompagnato dalle immagini dei relativi film che fluivano dolcemente alle spalle degli orchestratori: Moon River di Henry Mancini tratto dal film “Colazione da Tiffany”, Close to you di Burt Bacharach dai film “Tutti pazzi per Mary” “Parenti, amici e tanti guai” e “Mirror Mask”, Il Grande botto di Alberto Giraldi e Paolo Rossi dal film omonimo, The way we were di Alan Bergman dal film “Come eravamo”, Giù la testa di Ennio Morricone tratto dall’omonimo film, Over the rainbow di Harold Arlen dal “Mago di Oz”, Goldfinger di John Barry da “Agente 007 – Missione Goldfinger”, C’era una volta in America di Ennio Morricone e, infine, La vita è bella di Nicola Piovani tratto dal film omonimo di Roberto Benigni.
La seconda parte della serata, invece, è stata completamente dedicata a Nino Rota; l’orchestra, composta da 49 elementi e tre ospiti: Luca Bruno e Cristina Gargiulo entrambi pianisti e Andrea Mandarino contrabassista, ha avuto l’arduo compito di far rivivere alcune delle colonne sonore che Rota stesso ha composto per film omonimi: La Strada, Il Gattopardo, Amarcord, Il Padrino, Romeo e Giulietta e, per concludere, 8 e mezzo.
L’evento ha riscosso enorme successo, il teatro era completamente gremito e gli applausi, fragorosi e strepitanti, hanno accompagnato l’orchestra nella sua seconda uscita pubblica dopo il fortunato Nabucco.
A grande richiesta, tra l’altro, è stato sollecitato il bis da parte del pubblico e il direttore d’orchestra, Carmelo Caruso, ha colto la palla al balzo decidendo di replicare con “La vita è bella”, decisione accolta con gioia da parte di tutti i presenti.

Alla serata sono intervenuti tra gli altri: Katia Gentile, vicesindaco al Comune di Cosenza; l’assessore regionale alle Infrastrutture e ai Lavori Pubblici Giuseppe Gentile; l’ex sindaco del Comune di Cosenza Salvatore Perugini e, infine, Giovanni Latorre Rettore dell’Università della Calabria.
Il concerto, in realtà, ha avuto anche uno scopo educativo; mostrare la tacita relazione che intercorre tra immagine filmica e colonna sonora, due elementi così diversi che però hanno un fine comune: emozionare, incuriosire e stupire lo spettatore.

Annabella Muraca

Dietrich Bonhoeffer: un uomo oltre la teologia

Bonhoeffer Nel pomeriggio di ieri 28 dicembre, si è tenuto, a Cosenza, presso la chiesa Valdese di Corso Mazzini, un incontro di riflessione sulla figura di Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano del secolo scorso.

L’appuntamento è stato organizzato dal Gruppo SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) e dall’associazione “Sentiero Nonviolento”, due realtà attive in città da oltre dieci anni legate, come evidenziano le stesse denominazioni, alle tematiche dello scambio interreligioso, la prima, e della nonviolenza la seconda. Due organizzazioni che in questa occasione hanno voluto far convergere i propri interessi su una figura che ben incarna lo spirito ecumenico ed il rispetto della dignità dell’uomo.

Nato in Polonia nel 1906, Bonhoeffer è una delle voci più rappresentative della teologia e dell’ecumenismo del novecento. Fu un protagonista attivo della resistenza al nazismo, nonché uomo dalla personalità poliedrica e affascinante, prima ancora che religioso critico e credente “scomodo”. Un’esistenza divisa tra cielo e terra, tra la dedizione a Dio e la profonda compassione per gli uomini. Si può considerare uno dei pochissimi uomini di chiesa che abbia avuto il coraggio di “sporcarsi le mani” nell’attività politica, in un periodo storico e in un contesto così difficile quale quello della Germania hitleriana. Scelta che gli costò la vita. Morì infatti nel campo di concentramento di Flossenbürg il 9 aprile 1945, impiccato per alto tradimento, accusato di cospirazione nei confronti del Führer.

Il confronto tra gli intervenuti, in pieno spirito ecumenico ha coinvolto profondamente anche il pubblico presente. Dopo i consueti saluti, l’introduzione di Franco Viapiana, membro della Chiesa Valdese di Dipignano, accompagna il pubblico alla scoperta dell’eclettico Bonhoeffer: la sua intensa attività di viaggiatore che stimola l’apertura all’ecumenismo, la scelta difficile ma consapevole della collaborazione alla cospirazione contro Hitler, la solidità nella fede, il rispetto per le diversità e soprattutto la grande importanza dell’amicizia.

Seguono gli interventi di don Giacomo Tuoto, vicario episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, su “Bonhoeffer uomo di fede”; di Vincenzo Altomare dell’associazione “Sentiero Nonviolento” sulla relazione fede e lotta all’ingiustizia con un chiaro e diretto riferimento a Gandhi; di papas Pietro Lanza, parroco della Chiesa Greca del Santissimo Salvatore di Cosenza e rettore del seminario, che ha insistito sulla figura del vero cristiano e sull’eterna lotta tra oppressi e oppressori; di Carlo Antonante, membro dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, sull’esperienza del monaco buddista Makiguchi che ha pagato con la vita l’opposizione alla militarizzazione giapponese. Ha concluso l’incontro Beniamino Viapiana, membro della Chiesa Valdese di Dipignano, mettendo in risalto ancora una volta la figura di Bonhoeffer come uomo di ecumenismo e lodando iniziative come questa per la capacità di mettere in rete la ricchezza delle diversità dei culti.

L’appuntamento segue la proiezione del film “Bonhoffer” di Eric Till (2000), tenutasi il 10 dicembre scorso nei locali del Centro Socio Culturale “V. Bachelet” di Cosenza. Una sorta di cineforum in più tappe che ha il merito di aprire numerosi interrogativi sulla coerenza delle scelte che ciascuno fa rispetto alla storia del proprio tempo.

Il dibattito ha dato modo di approfondire la teologia di Bonhoeffer, ma soprattutto di verificarne l’attualità in rapporto alla crisi di valori che attraversa la società moderna ed anche rispetto al ruolo ricoperto dalle Chiese. Partendo da una figura intensa e significativa come quella presentata, l’incontro ha dato ai presenti l’opportunità di riflettere sulla necessità continua di testimoni ed esempi veraci di coraggio. «Le sue provocazioni ci scuotono dal torpore della nostra fede, dall’ipocrisia di una religione spesso vissuta solo per tradizione, senza anima e senza cuore, senza partecipazione, mettono a nudo il nostro cristianesimo poco credibile e la nostra mancanza di coerenza: annunciamo il Vangelo (se e quando lo facciamo) ma non lo testimoniamo, anzi spesso la nostra vita è una contro testimonianza rispetto ai principi evangelici. Quella che sogna Bonhoeffer – conclude Maria Pina Ferrari, membro del Gruppo SAE – è, invece, una Chiesa veramente profetica, che cammina accanto agli uomini del proprio tempo, condividendone gioie, dolori, speranze, lotte»

 

Mariacristiana Guglielmelli

 

Le parole di Brunori

COSENZA – La rassegna culturale “Portobello e illusioni – Pensieri e Parole per un’Italia desta” è riuscita a bissare, grazie soprattutto alla entusiasta collaborazione tra le associazioni Sporco Impossibile, Picicca Produzioni e la Provincia di Cosenza, memore dello straordinario successo della scorsa edizione.
Una due giorni (27 e 28 dicembre) che vede l’alternarsi di musica d’autore, mostre e soliloqui teatrali, un imperdibile appuntamento culturale ma anche solidale, dal momento che la manifestazione si fa portavoce e sostenitore dell’operato del Comitato Unicef cosentino.
Indiscussa guest star della kermesse è Dario Brunori meglio conosciuto come Brunori Sas.
Non c’è molto da discutere, questo è senz’altro la sua annata migliore. Dopo aver conquistato molti con il suo primo lavoro Vol.1 nel 2009, a distanza di due anni precisi con l’album Vol.2 – Poveri Cristi può vantare di aver conquistato veramente tutti.
E’un cantautore neorealista per eccellenza, grande narratore di storie, le parole la sua unica e sola forza, ogni pezzo è frutto dell’armoniosa successione di accordi che solo una chitarra acustica può generare, ogni canzone sa di realmente vissuto, un vissuto popolare, spesso autobiografico, racconti di persone comuni che trovano nella rinuncia, la forza di ricercare sempre un riscatto che possa condurli verso una vita migliore.
Ieri martedì 27 Dicembre Brunori Sas è riuscito ancora una volta a riempire l’auditorium Guarasci del liceo classico cosentino Bernardino Telesio. A fargli da apripista sono stati un’eccentrica e giovanissima artista di nome Maria Antonietta e Antonio DiMartino musicista indie rock palermitano.
Fuori si gelava, c’erano meno di 2 gradi, eppure dentro l’auditorium sembrava quasi di essere su una spiaggia, magari quella della sua Guardia Piemontese, gli accendini in cielo, qualche bacio fugace sulla melodia di “Fra milioni di stelle”, ma è stato difficilissimo non saltare su dalla sedia quando, abbracciato alla sua fedelissima chitarra, Brunori ha fatto partire le prime note di “Rosa”.
Immancabili tra una poesia e un’altra i suoi esilaranti aneddoti familiari, che infondo sono un po’ anche nostri, forse proprio per questo ci fanno sorridere così tanto.
Brunori non ci delude mai, in giro per l’Italia continua a riscuotere tutte le volte un incredibile successo di pubblico e critica, e noi non possiamo che essere sempre più orgogliosi di sapere che una delle eccellenze cantautorali contemporanee sia proprio un nostro conterraneo.

Gaia Santolla

Apriamo le porte alla cultura

21 DIC 2011 – E’ stato inaugurato nei giorni scorsi il Museo delle Arti e dei Mestieri che ha trovato sede all’interno dello storico palazzo della Fondazione Carical, in Corso Telesio 17.Il palazzo in questione è stato acquisito dalla Provincia di Cosenza, impegnata da tempo nel recupero e nella rivalutazione degli edifici storici della città.
“Cosenza preziosa – Arti orafe cosentine in mostra” ha dato l’avvio a questo interessante progetto che combina innovazione e tradizione.
Le teche, allestite in egual modo per tutti i partecipanti al fine di garantire equità ed omogeneità, rimarranno esposte fino al 22 gennaio 2012; quest’ultime attualmente contengono manufatti orafi ma, di volta in volta, ospiteranno altri oggetti preziosi legati anche all’arte tessile, alla liuteria, alla ceramica e al legno.

Alla realizzazione dell’evento hanno anche contribuito alcuni enti tra cui: CNA, Casartigiani e Confartigianato.A tagliare il nastro di apertura è stato il Presidente della Provincia di Cosenza Mario Oliverio affiancato da altre presenze quali il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto e Giovanni Latorre Rettore dell’Università della Calabria; assente, invece, Mario Caligiuri assessore regionale alla Cultura e ai Beni Culturali.Sono 16 i maestri orafi della provincia di Cosenza che hanno deciso di usare il museo come vetrina per valorizzare i propri lavori e il proprio mestiere, molti dei quali tra l’altro, avevano già preso parte all’edizione precedente della mostra.
Quest’anno, oltre ad esaltare le opere degli orafi veterani, si è anche deciso di allestire all’interno del museo un piccolo spazio dedicato ai giovani emergenti, dando loro l’opportunità di esprimere le proprie abilità e il proprio estro.

Alcuni di questi giovani provengono direttamente dall’Accademia orafa di Acri, altri portano avanti il nome dell’azienda di famiglia altri ancora, invece, sono stati proposti e sostenuti dagli stessi orafi.All’interno del Museo delle Arti e dei Mestieri è stato anche concepito un piccolo laboratorio in cui, durante tutto il periodo dell’esposizione, alcuni orafi illustreranno le varie fasi di lavorazione di un gioiello.Nell’ultima settimana, invece, il laboratorio sarà tenuto dallo scultore Eduardo Bruno.

Per l’allestimento della mostra è stato essenziale il tocco raffinato ed elegante della signora Rosetta Scaravello che ha ben espresso il valore della mostra, “Sono sbalordita, ha affermato, c’è una produzione eccellente e mi piacerebbe che ciò varcasse i confini regionali”.
Opere uniche, magnifiche e maestose illuminano il palazzo della Carical, manufatti che tramite la loro bellezza palesano saperi e conoscenze che si sono tramandati da generazione in generazione trasformandosi poi in patrimonio culturale comune.

La mostra potrà essere visionata fino al 22 gennaio 2012, il museo pertanto rimarrà aperto tutti i giorni dalle 10,00 alle 13,00 e dalle 16,00 alle 19,00 tranne i giorni festivi del 24, 25, 26 dicembre 1 e 2 gennaio; l’ingresso è gratuito.

Annabella Muraca